Aldo Giannuli
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Aldo Giannuli

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Commenti (30)

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    Renzo Stefanel

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    Tutto molto bello e condivisibile, ma la domanda vera è questa:

    “Come si cala tutto questo nella concreta pratica didattica delle scuole, specie superiori, dove ci sono degli argomenti fondamentali indicati dal Miur da svolgere e ci sono degli esami da fare? E ci sono due ore di storia alla settimana? E in quinta si va da Giolitti a oggi? Perché non produrre delle unità didattiche di esempio?”

    Le idee sono spesso belle, ma il difficile è concretizzarle. E lo dico come stimolo, non come critica distruttiva.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      vede questo è uno dei motivi per cui sono per l’abolizione della scuola statale

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        Renzo Stefanel

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        Immagino dica per programmi e numero limitato di ore. Ma rimane comunque lo scoglio della traduzione in pratica didattica. Devo anche dire, contrariamente a ciò che è scritto in un altro commento, che gli studenti (Sì, sono anche un insegnante) non amano il lavoro di gruppo, la classe capovolta, ecc. Almeno per quanto riguarda la mia esperienza. Vogliono la lezione frontale, coadiuvata da mezzi tecnologici, ed essere sorpresi con visuali inedite dei fatti (do quindi parzialmente ragione ad altro commentatore: ad esempio, il Grande Gioco, assente dai libri di scuola, li appassiona in quanto da Napoleone passa per l’unità d’Italia, voluta in chiave Canale di Suez, e arriva fino all’Isis). Non credo affatto, come scrivono altri, che sia colpa dei social il disinteresse per la storia, quanto la svalutazione della scuola come momento importante e formativo in atto da 35 anni in qua.

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        • Aldo Giannuli

          Aldo Giannuli

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          allora: il lavoro di gruppo, le ricerche ecc ecc le facevo anche io al liceo 45 anni fa, Ma qui parlo di altro. Comunque: la lezione frontale, ridotta ad un numero circoscritto di occasioni, serve e va fatta, non mi meraviglia che i ragazzi prediligano l’uso di nuove tecnologie (ci torneremo: lo prometto) e soprattutto un approccio tipo “Grande gioco” ed hanno ragione loro. Il problema è saper utilizzare questi momenti di curiosità e guidarli. Il punto centrale resta la formazione del quesito e questo lo debbono tirar fuori loro e l’insegnante li seve guidare a formularlo correttamente. Imoprima a svalutare l’insegnamento scolastico sono i docenti che non sanno fare il loro mestiere, vale a dire almeno la metà del totale

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        Marcello Romagnoli

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        Non credo che una scuola privata sarebbe meglio……scommettiamo un caffè?

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        • Aldo Giannuli

          Aldo Giannuli

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          e chi ti ha detto che l’alternativa debba essere una sucola privata?

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    ilBuonPeppe

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    Domanda 7: nel 19° secolo e tra gli altri ci sono entrati i Savoia
    Il resto è nebbia. Ho già detto che ero il referente locale dell’Asos?

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    GherardoMaffei

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    Gli anarchici sostengono che gli unici libri storici (compresi gli autori storici) da leggere, sono quelli che vengono definiti “pericolosi” dal potere. Da quando portavo i calzoni corti,ho seguito tale norma, vale a dire che non ho mai creduto alla vulgata in corso, alla versione dei fatti storici fornita dai vincitori, ma prediligevo quella degli sconfitti, dei perdenti, da qui la mia simpatia per i pellerossa, mai per i “visi pallidi”, per i soldati tedeschi, per i sudisti,per la Vandea, cioè quelli che nei manuali storici, vengono dipinti come dei mostri disumani. Vi è nella storia una “terza dimensione”, dimensione occulta, in cui cause ed effetti vengono deliberatamente falsificati e mistificati, al solo scopo di “intossicare”, turlupinare, addomesticare le masse. Se si riesce a far innamorare i giovani di tale versione della storia, lo studio della stessa, è cosa consequenziale. Se poi si continuano ad organizzare da parte della scuola italiana, dei pellegrinaggi, mettendo a disposizione perfino degli aerei militari, nei lager,ma solo nei lager tedeschi, non si fa della storia,ma solo della becera manipolazione mentale. Forse i giovani sono meno stupidi di quello che i burocrati ministeriali pensano,percepiscono la realtà della manipolazione, imposta dal potere.Il famoso e non compianto leader sovietico scomparso Nikita Krusciov, definiva gli storici, come gente pericolosa….ecco svelato l’arcano per far piacere e quindi studiare la storia ai giovani.

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    Tenerone Dolcissimo

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    Io comincerei con eliminare le incongruenze del tipo di certi libri che prima dicono che la 2GM ebbe inizio nel settembre del1939 e qualche pagina dopo affermano che l’URSS combatté e vince la 2GM a fianco di USA , UK ed altri alleati.
    In questo un’attenta analisi cronologica puo’ aiutare a non farsi prendere per i fondelli.

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      Herr Lampe

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      Vinse.

      Ma non colgo l’incongruenza.

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        Tenerone Dolcissimo

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        Nel settembre 39 Germania e URSS fraternamente unite facevano insieme a pezzi la Polonia. A Brest Litovsk ufficiali tedeschi e sovietici brindavano fraternamente, cosa che avveniva spesso in quel periodo anche se è stato tenuto nascosto.

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          Herr Lampe

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          Sul brindisi polacco nulla da eccepire, del resto fece scandalo anche allora.
          Sul brindisi del ’18 ho invece più di un dubbio (fonti?), e soprattutto non capisco in che modo sia collegato a presunte incongruenze della ricostruzione della ii guerra mondiale.
          L’incongruenza sarebbe il fatto che l’Urss e Germania erano inizialmente quasi alleate e poi si combatterono? Ma un banale Sabatucci-Vidotto no?
          L’Urss venne attaccata nel ’41 dalla Germania e Uk prima e Usa poi si allearono con Stalin. E vinsero, anche e soprattutto grazie a Stalingrado.
          Dove diavolo starebbe il mistero è un vero mistero.

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            Tenerone Dolcissimo

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            Del brindisi del 18 non ho parlato.
            Quanto al mistero i casi sono due:
            1) o c’è stato un tradimento tra urss e germania -tipo Italia dell’8 settembre- e allora dovrebbe essere trattato ampiamente;
            2) oppure la guerra non è iniziata nel 39 e allora germani e urss, alleate nella guerra del 39 sono diventate avversarie nella guerra successiva.
            COndisce il tutto il fatto che il patto Ribbbentrop Molotov e’ sempre presentato come un atto di opportunismo, ma se si scava si scopre che germania e urss erano molto vicine spiritualmente in quel periodo.

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            Herr Lampe

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            Il Molotov-Ribbentrop fu firmato a Mosca per quel che ne so. Se cita Brest Litovsk parla del ’18. Non deve fidarsi di me, controlli lei.

            In ogni caso ci fu un tradimento: la Germania attaccò nel ’41 l’Urss, e i motivi, i tempi, le modalità, etc, sono tranquillamente spiegati nei manuali di storia delle scuole superiori a mia disposizione.
            L’inizio di una guerra – così come la sua fine – ha sempre un carattere arbitrario, visto che sia nella i che nella ii gli schieramenti cambiarono nel corso del tempo con l’ingresso di nuovi attori o l’uscita di alcuni di essi.

            Domanda per Giannuli: siamo proprio così sicuri che un po’ di nozionismo in più non farebbe bene?

            (Chiedo venia per la prolissità)

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    Saverio

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    Ma, professore, queste cose nelle scuole italiane si fanno da almeno 30 anni. Nell’aristocratico liceo classico che frequentai agli inizi degli anni ’80 la docente di storia usava farci lavorare in gruppo, produrre report e manifesti ecc. Se sapevamo gli anni del pontificato di Giulio II era contenta ma certamente non pretendeva che lo imparassimo a memoria. Oggi gli insegnanti sono andati anche oltre, cone le (inutili) LIM, la visione di spezzoni di film o documentari ecc.
    La selezione delle fonti e la verifica di attendibilità è certo la base di qualunque lavoro di indagine, non solo storico, ma lei è consapevole del modo con cui gli studenti fanno una ricerca, con quella cloaca maxima che è wikipedia? Copia e incolla. Punto. A volte senza manco togliere le note!
    Non è problema che imparare la storia è noioso, il problema è che agli insegnanti non si può chiedere di più: la materia umana che hanno di fronte è purtroppo manipolata, coartata, disfatta, disarticolata dai social media che inaridiscono qualunque pensiero cirtico

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      in realtà io propongo cose molto più om là di quelle che lei indica e che, peraltro, non sono affatto la media delle scuole italiane. Credo che lei sia troppo indulgente con gli insegnanti e troppo severo con gli studenti, ma ne parleremo (sospetto lei sia un insegnante)

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    Herr Lampe

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    Mi sono cimentato. Ecco i risultati (e.sti.ca):

    1) I dc (giusto);
    2) l’ultimo imperatore della parte occidentale dell’Impero romano (giusto ma troppo facile);
    3) non ne ho idea, sparo una prima metà del secolo xvi (toppato clamorosamente, la avevo confusa con quella di Cognac, stesso secolo ma per puro caso trattasi di tutt’altro contesto);
    4) manco ci provo, mai sentiti (ma questa dove cavolo l’ha recuperata???);
    5) 1648, ‘sto Axel lo leggo per la prima volta in vita mia (giusta la data – facile – ma sul nome scopro una lacuna personale non lieve);
    6) rivoluzionario francese, uno dei miei eroi personali (giustissimo!);
    7) 1856, ma non sono sicurissimo; Russia vs Inghilterra, Francia e Regno di Sardegna (porca vacca, ho confuso l’inizio con la fine e mi sono dimenticato dei turchi);
    8) nessuno, il classico massacro inutile della grande guerra (giusto ma facile);
    9) senza dubbio dopo Sevres, ma sull’anno esatto sparo un 1921 (cavoli, sbagliato di un anno)
    10) sulla domanda non in ordine cronologico dovrebbero essere gli scudalsci (giusta);
    11) per lavoro.

    Bene, ora sarei tentato di chiederle i poteri dell’arcivescovo di Magonza, il governo di Flensburg, i lucumoni o il cavillo dello Statuto che impedì a Vittorio Emanuele iii di entrare in guerra nel ’15 senza un voto del Parlamento. Ma non lo farò… 😈

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    Gaz

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    Confesso di essre andato in testa coda con gli sculdasci. Ho ricordato la connessione con Paolo Diacono, ma non l’essenziale, ovvero i rapporti con le altre magistrature.

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    Lorenzo

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    La valutazione dell’articolo passa da una domanda di fondo: è scritto per la sola università o anche per la scuola media e superiore?

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    Paolo Selmi

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    Buongiorno Professore!
    Per far sì che uno studente riesca correttamente, alla fine del suo percorso di studi, a padroneggiare fonti, eseguire collegamenti, formulare ipotesi di lavoro, verificarle con prove empiriche (controlli incrociati) e logico-deduttive (il ragionamento fila?), fino a iscriverle nel proprio “libro”, la Tesi, occorre sicuramente una scuola diversa dalla attuale, una scuola che insegni a pensare, come diceva il buon Il’enkov. Ho avuto la fortuna di nascere in un periodo dove con internet sei praticamente in grado di scaricare gran parte di quell’insieme di fonti, in tutte le lingue del mondo che, solo trent’anni fa, avrebbero costretto a costose trasferte in biblioteche nazionali e straniere, o ad attendere i tempi del prestito interbibliotecario. Restano solo gli archivi non digitalizzati, e anche per quelli con un minimo di collaborazione puoi chiedere a distanza un pdf di quello che ti serve. Poi, se un professore si può permettere di prendersi l’anno sabbatico e andarsene in Russia, India, Cina o in Giappone spesato, questo è un altro paio di maniche: è la stessa differenza che passa fra leggere “Arrampicarsi all’inferno” e andarci per davvero, sulla parete nord dell’Eiger. Questo porta alla seconda parte del discorso: la prassi. Occorre una scuola che insegni a fare, a imparare attraverso la pratica, attraverso percorsi guidati certo, ma che ci devono essere per formare i futuri metodi di studio e lavoro. Quando ero piccolo, l’unico straniero in classe l’ho avuto alle elementari: era un italiano nato “in Isvizzera” e rientrato con i suoi a sei anni. Oggi la situazione è diversa, e una scuola che educa alla comprensione reciproca, alla conoscenza dei rispettivi percorsi di vita di ogni studente, anche di quelli che piombano da un centro di prima accoglienza, con foto, filmati, materiali costruiti con quanto disponibile, coinvongendo bambini e famiglie, è una scuola che insegna a fare, a sporcarsi le mani. Sporcandosele per davvero, poi, le mani, ci si accorgerà che la parete nord dell’Eiger la si aveva tutti i giorni davanti agli occhi, e non la si vedeva. E si formeranno cittadini meno “indifferenti” e più “partigiani”, per dirla alla Gramsci.
    Un caro saluto
    Paolo Selmi

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      Lorenzo

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      Cittadini partigiani? Ma non si parlava di “rigorosa avalutatività”? Mi comprerò un altro paio d’occhiali…

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        Paolo Selmi

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        Permettimi di non essere d’accordo, Lorenzo. Lo storico non è un entomologo. Capire i fatti ed eseguire collegamenti non è un’attività ludica, non stiamo smontando un giocattolo per puro divertissement o, peggio ancora, per cinismo. Non lo è per le classi dominanti, che infatti sviluppano uno spiccato quanto nascosto senso di autocritica, cercando sempre di migliorare le élite che formano, con notevole investimento di risorse, perché evitino gli scivoloni delle precedenti. Non vedo perché non lo debba essere per i poveri cristi che frequentano una scuola pubblica e che vorrebbero esser tutto meno che destinati a un ruolo passivo di carne da macello. Essere partigiani significa, contrapposto all’indifferenza, acquisire strumenti democratici di comprensione e partecipazione alla vita civile. Un tempo, mia madre l’ha fatto, un insegnate giurava sulla Costituzione, una Costituzione nata dalla Resistenza, non da un copiaincolla di qualcos’altro come fu, per esempio, nel caso del Giappone. Questo non è indottrinamento. Credimi, mi trovo spesso a leggere monografie e articoli cinesi di storia contemporanea e mi rendo conto che l’indottrinamento è un’altra cosa. O forse sono io rimasto troppo indietro ed è giusto che le cose vadano avanti così.
        Buona giornata!
        Paolo

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          Lorenzo

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          Paolo, fra presa di coscienza e indottrinamento c’è una differenza non sempre manifesta ma sostanziale: nella prima il discente sceglie di formare la propria coscienza nella direzione che desidera, nel secondo la deve formare in una direzione prestabilita. Ecco perché l’idea di usare la storia per acquisire strumenti di comprensione della realtà attuale mi trova d’accordo. Quando invece sento dire che questi strumenti debbano “essere democratici” ed “educare alla comprensione” di chi arriva dal centro di accoglienza, il tutto condito da giuramenti coatti di fedeltà al regime partorito dal conquistatore di turno, parlo di indottrinamento, e del genere più turpe, della gioventù in età scolare.

          Come poi tu pensi di conciliare questa pantomima con un principio di “rigorosa avalutatività” dell’insegnamento, è cosa che mi resta totalmente oscura.

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            Paolo Selmi

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            Capisco bene la tua presa di posizione, e la condivido. Occorre, almeno secondo me, tenere presente che non siamo né nella Cina di Mao, né nell’URSS di Andropov. In altre parole, fra società e scuola c’è uno scollamento valoriale pressoché totale: una scuola pubblica ridotta a parcheggio per futuri precari insegna materie che nella vita non servono, almeno apparentemente, a nulla. Cosa vai a scuola a fare? Domanda che circolava nel mio quartiere già alle medie. E parliamo di quarant’anni fa… Oggi leggo i primi quattro art. della Costituzione, oppure il titolo III (in particolare l’art. 41) e penso che più che di scollamento occorrerebbe parlare di voragine. In altre parole, più che “indottrinare”, sostenere alcune posizioni da parte di un corpo docente oggi può, tutt’al più, seminare dubbi. Poi i rapporti sociali che si costruiscono al di fuori della scuola hanno, e non potrebbe essere altrimenti vista la situazione di degrado attuale, il sopravvento. In altre parole, la “rigorosa avalutatività”, ammesso e non concesso che sia mai esistita (io ho i miei dubbi in proposito), è uno stadio ultimo della ricerca, un po’ come nella vita con i figli: a due anni gli stai davanti, a dieci di fianco, a quindici dietro a corta distanza, non facendogli proprio prendere ancora tutte le capocciate possibili, a diciotto lasciandoli prendere il volo. Penso però che siamo andati fuori argomento e prima o poi saremo – giustamente – “cassati”. Possiamo continuare via mail. Un caro saluto.
            Paolo

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            Lorenzo

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            A che serve una scuola così? A indottrinare i giovani per l’appunto. Scrivimi se ne hai voglia a ATRIO12vialospam@HOTMAIL.COM, ovviamente dopo aver tolto “vialospam”.

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    Lorenzo

    |

    Giannuli non risponde: “io a te non ti parlo più!”

    Le proposte dell’articolo sono interessanti e se ne può discutere ma principalmente a livello accademico. Se introdotte nelle scuole medie e superiori presentano rischi elevati:

    – che i ragazzi finiscano per ignorare totalmente la storia convenzionale, come avviene negli Stati Uniti quando si esce dal liceo senza sapere chi erano Giulio Cesare o Napoleone Bonaparte. Sapere l’anno preciso in cui finì la guerra dei Trent’anni può servirmi a poco, sapere cosa furono e quali conseguenze ebbero le guerre religiose in Europa mi serve eccome.

    – che la revisione metodologica si risolva praticamente in un ulteriore abbassamento del livello degli studi, condotti a suon di filmetti, chiaccherate di gruppo e copia-incolla da Wikipedia;

    – che ad onta della conclamata avalutatività dell’insegnamento, su cui concordo appieno, questa china inclinata finisca – Paolo Selmi docet – per accentuare la già forte (e ulteriormente rafforzata dalla controfirforma renziana) tendenza all’indottrinamento dei ragazzi in età scolare.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

      |

      non ho risposto per mancanza di tempo. Penso che la revisione metodologica possa riguardare anche le medie superiori, ma com grano salis: è ovvio che qui si rende necessaria una dose un po’ più consistente di storia cronologica (senza mai esagerare: peraltro Napoleone e Giulio Cesare dobrebbero averli studiati alle elementari ed alle medie inferiori) mentre la storia per percorsi ecc si può iniziare a sperimentarla, ma tenendo presente le difficoltà iniziali dei ragazzi. Il cuore del problema sta nella capacità dell’insegnante di guidare i ragazzi nella formazione del quesito che è alla base della ricerca. Noin si studia volentieri nulla che non risponda ad un quesito che è nella mente

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        Renzo Stefanel

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        Insomma, per la scuola superiore (che è quella che mi interessa particolarmente), un equilibrato mix di storia per temi e ricerche e storia cronologica, fermo restando che si dovrebbe partire sempre (come in effetti si cerca di fare) da delle domande che riguardano l’oggi.
        Ovvio che questo comporterebbe una diversa articolazione dei programmi e un maggiore numero di ore, ma anche dei libri di testo (che non partono mai da una domanda che attualizzi l’argomento storico).
        Non solo però: una cosa che riscontro nella mia pratica didattica è una limitata consapevolezza del mondo in cui si vive, che rende le generazioni cresciute nel mondo neoliberista radicalmente diverse da quelle che le hanno precedute, concentrate come sono sul loro ruolo di adolescenti consumatori. Quando, ad esempio, mi trovo ad affrontare la lotta per le investiture, parto sempre dall’attualizzazione del fenomeno, cioè la radice del contrasto tra Stato e Chiesa: cito le controversie su matrimoni gay, aborto, divorzio, ecc. Certo, l’interesse aumenta, ma è comunque non straordinario, forse perché l’argomento poi si conclude alla data del 1122 e non prosegue nel tempo fino ad oggi. Concordo quindi sul fatto che occorrerebbe ripensare i programmi, ma al contempo mi chiedo quanto ne soffrirebbe la contestualizzazione delle varie tappe del fenomeno storico, contestualizzazione che, secondo me, è sempre madre di una comprensione corretta di qualsiasi fenomeno.
        Insomma, professore, la Sua proposta mi intriga parecchio, ma mi piacerebbe un sacco poterne esaminare degli esempi concreti di attuazione.

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    david arboit

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    Fare manuali di storia è il mio mestiere. Sono editor e con gruppo di amici lavoro e ho lavorato per tutte le grandi case editrici di scolastica.
    Il punto cruciale è il seguente: privilegiare quello che qui viene definito come «approccio concettuale». In termini di programmi attualmente vigenti (da poco introdotti) si tratta di insegnare per «competenze», come qualcuno (Saverio) ha osservato nell’articolo precedente. Il punto è che il 90% degli insegnanti non sa che cosa significa e, il che è peggio, nemmeno si da da fare per capire che cosa significa. Penso che proporre testi innovativi sia ancora oggi una iniziativa complicata.
    Nella scuola statale non esistono meccanismi di controllo e verifica e misura della qualità dell’insegnamento. I tentativi di inserire sistemi di valutazione del lavoro dell’insegnante vengono osteggiati, ignorati e percepiti come una minaccia. La scuola così non può migliorare se non a macchia di leopardo molto ma molto rada per la buona volontà di pochissimi. Le esperienze positive (Scuola Media Rinascita di Milano) rimangono isolate e a volte osteggiate.
    Aggiungo una considerazione filosofica: il rapporto col presente è estremamente problematico per tutti in tutte le pieghe della esistenza. Il carattere antropologico dell’uomo nichilista lo colloca chiuso e inscatolato nel presente, inchiodato all’istante che scorre cronologicamente, in una dinamica esistenziale basata sul meccanismo stimolo-reazione. È una dinamica che distrugge il rapporto ermeneutico con l’esistenza, un rapporto che prevede invece un presente ampio, non istantaneo, come intreccio tra passato (aver già interpretato) e futuro (aver da interpretare).
    Solo il vissuto personale di un corretto rapporto con il presente può riqualificare l’insegnante e quindi l’insegnamento della storia, ma anche di tutte altre scienze sociali.

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