Aldo Giannuli
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Commenti (7)

  • Gaz

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    Dal libro ner libriamoci.
    Ma il libro nero serve per non avere il conto in rosso?
    Ecco, sopettavo che ci fosse del rosso-nero, cioè prima una cosa del Berlusca, ora dei cinesi ex maoisti.
    Tutto si tiene, ma non teniamoci il libro nero.
    Viva i gialli !!

    • Paolo Selmi

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      Grande Gaz! E infatti poi si passa a Camilleri!
      Dal libretto rosso al libro nero… che tristezza! Eppure, ai maoisti è sempre stata un po’ sulle scatole l’URSS. Prima perché revisionista-capitalista, oggi perché brutti-sporchi-cattivi-mangiabambini. E salvavano sempre il loro belpaese visto da lontano: ieri perché “in via di sviluppo”, oggi perché “è un processo complesso dove il Partito ha sempre, si badi, davanti la prospettiva socialista, ma punta ad accumulare le necessarie risorse interne per compiere il grande balzo” (sic, sentito ieri da un compagno in diretta streaming all’incontro per l’organizzazione del Centenario). Peccato che le pernacchie non valgono davanti a uno schermo: accumulare si, ma nei conti cifrati nei paradisi fiscali, o negli “investimenti” all’estero che fungono solamente da ulteriore mezzo di accumulazione (e riciclaggio dei capitali in fuga). Per non saper né leggere né scrivere, ho srotolato dalla tank e appeso oggi il mio ultimo rullino scattato con la mia Zenit TTL del 1984, con Helios 44-2 d’ordinanza, e dico solo che mi dispiace usarla prevalentemente in montagna quando deve cuccarsi terra, sudore, acqua e botte nello zaino: va come un fuso. A lei, a chi l’ha progettata e prodotta in milioni di copie per tutti i poveri cristi che non potevano permettersi una Nikon FM2 (lit 1.200.000 lo stesso anno), a chi l’ha usata prima di me, il mio grazie e il mio brindisi stasera (inizio un giorno prima per problemi lavorativi): Na zdorov’e!

      • Gaz

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        @ Paolo Selmi.
        Sono solito leggere i tuoi post con interesse, perchè mi proiettano nel mondo della logistica politica cinese, da me poco conosciuta.

        • Paolo Selmi

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          Ti ringrazio, Gaz. Non so cosa dirti a proposito, perché mille idee in questo momento mi frullano nella testa. Parto da un presupposto: nessuno, me per primo, può dire di conoscere un continente, neanche vivendoci, neanche parlandone la lingua ufficiale. Guardo il mondo accademico oggi, lo guardo da lontano, non certo da Venezia, dove mi sono laureato (peraltro in LL giapponese), né da Napoli (dove il mio dottorato su Mao non faceva parte di un percorso sinologico ma di Scienze politiche); sono fuori, per fortuna, dalle limitazioni poste alla libertà di ricerca dai finanziamenti degli Istituti Confucio e dal loro, cosiddetto, soft power. Osservo, sporcandomi le mani ogni giorno, per un verso o per un altro, da una postazione maledetta e privilegiata al tempo stesso: il posto di lavoro, i camion, i container, i pallet aerei che trasportano ogni giorno merci avanti e indietro; un girone infernale fatto di sfruttamento e di tempi frenetici, da un lato, e di dogane dove il tempo sembra essersi fermato e che sembrano la brutta copia del Sosia di Dostoevskij o del Naso di Gogol, dall’altro. Ho fatto per anni l’operativo su container che da Shanghai sbarcavano a Genova, su pallet che arrivavano a Malpensa, ho visto i prezzi sulle fatture e le targhette già in euro su ogni capo, ho visto prodotti con riportate bandiere italiane ovunque per fregare il cliente convinto di comprare italiano, ho visto come funziona il ciclo produttivo ab origine, ivi compresi i tempi di produzione assurdi a sfruttamento intensivo di forza lavoro, ho visto infine come, tramite triangolazioni con società di comodo, la Cina popolare usi Hong Kong come immenso bacino di riciclaggio ed esportazione di capitali. Sul versante delle esportazioni, ho visto ditte con container fermi ai porti di destino che, con l’intervento delle persone giuste al posto giusto, come per magia si sbloccavano e arrivavano al destinatario finale (e parliamo, in teoria, di un paese membro del WTO). Non bastano, quindi, un po’ di bandiere rosse e di frasi di rito messe a mo’ di cortina fumogena per legittimare l’illegittimabile e difendere l’indifendibile. Amo l’Estremo Oriente e i suoi Popoli, la loro Storia e la loro Cultura: quando me ne andai a Venezia a diciotto anni, ero l’unico della provincia di Varese, più o meno additato come uno che non era troppo a posto con la testa. Quando a metà del mio percorso di magistero in Giapponese, decisi di inserire anche due magisteri (all’epoca non esistevano le lingue e basta, esisteva solo il pacchetto completo) di Cinese andando a seguire in contemporanea il III di G e il I di C con le matricole, anche lì mi presi del matto. Quando poi, dopo aver chiuso in regola i quattro anni, decisi di non fare più il mantenuto a quattrocentomila lire al mese e me ne tornai a casa, lavorando come mediatore culturale con i bambini cinesi della mia provincia, che venivano buttati nelle scuole italiane nella maniera più becera possibile, mi presi del matto anche li. Così come mi presi del matto quando iniziai a insegnare l’italiano ai loro genitori, sfruttati giorno e notte nelle confezioni, nelle pelletterie o nei ristoranti, con le verruche alle mani e gli occhi che gli si chiudevano alla terza volta che gli dicevo “il lo la i gli le”. Potrei andare avanti. Ma di una cosa ero convinto: che ogni passaggio mi avrebbe arricchito, in qualche modo. Lo sentivo allora, e ne sono convinto tutt’ora. E se poi riesco, ogni tanto, a trasmettere quello che ho imparato in questi decenni, perché non resti nel chiuso di quattro mura o di quattro pagine di un libro che nessuno leggerà mai, sono ancora più contento. Grazie e
          ciao!
          Paolo

  • foriato

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    @Paolo Selmi

    Caramba, Selmi, e parafrasando Roy Batty: Lei ne ha viste cose che noi occidentali non potremmo immaginarci… 🙂 Grazie anche da parte mia. Tempo fa, mi iscrissi ad un corso di cinese: così bello come impossibile. Rammento quanto basta per fare ciao nei negozi cinesi, il che viene sempre accolto con un sorriso a 32 denti però non mi hanno mai fatto uno sconto… La professoressa del corso, poliglotta vocazionale, ci diceva (per incoraggiarci, suppongo) che il cinese è più facile del tedesco, soltanto questione di volontà, senza precisare di quale tipo. Grazie ancora ed immensi complimenti,
    Ciao cien!

  • Paolo Selmi

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    Grazie mille Foriato. Sarà stato il bellissimo Marco Polo di Giuliano Montaldo, che vidi da piccolo, a darmi l’impronta e a condurmi sulla cattiva strada. L’ho rivisto recentemente e, davvero, è ancora impressionante: certe carrellate su campo lungo oggi non sarebbero possibili mentre, all’epoca, le molte case a un piano che popolavano Pechino centro erano ancora come allora. Anch’io ho insegnato, qualche anno più tardi e fino alla nascita di Rebecca, lingua cinese alle ex-150 ore del mio paese (ora si chiamano centri EDA). A tutti ripetevo le stesse parole che Adriana Boscaro disse a noi nel lontano 1993 in occasione dell’incontro introduttivo con le matricole: che dovevamo essere curiosi, curiosi, e ancora curiosi, respirare Giappone dovunque fosse stato possibile farlo (Lei poi ci parlava del generale Giap, che poi le era interessato per altri motivi ma che, inizialmente, aveva colpito la sua curiosità per l’assonanza col Paese a cui aveva dedicato la sua vita). Con i miei studenti forse questo era il mio primo obbiettivo: in questo senso, mi sono divertito tantissimo, con quelli del secondo anno siamo riusciti anche a leggere qualche brano dei Dialoghi, o dell’Arte della Guerra: in altre parole, esser riuscito a far sentire l’Italia più vicina ai cinesi che vivevano qui nei dintorni e la Cina più vicina agli italiani che ne erano affascinati tanto da spararsi due ore di lezione la settimana di sera e dopo otto ore di lavoro, è stata una cosa che mi ha reso estremamente felice. Grazie di avermelo fatto ricordare col tuo aneddoto sui corsi di cinese. Zai Jian!
    Paolo

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