Aldo Giannuli
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Commenti (3)

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    Gaz

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    L’Unità d’Italia, tra le tante contraddizioni, interferenze, apporti e sfaccettature, è stata portata avanti da un gruppo di famiglie piemontesi e lombarde imparentate tra loro, le quali ritenevano di proiettarsi ed esprimersi sui mercati internazionali come italiani per dire la loro.
    Non mi sembra che per lungimiranza e progettualità la classe politica di oggi sia paragonabile a quella di ieri o dell’ottocento.
    Eppure vendo molti spiriti notevoli, ma resto dispiaciuto quando vedo le biblioteche vuote.

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    Paolo Selmi

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    Professore, buongiorno!
    “Per questo è essenziale il riferimento a una presenza valoriale e culturale che trascenda la dimensione nazionale e che l’autore presenta nei suoi tratti essenziali.” […] “Il punto di partenza è il mondo degli affari, non solo perché è nelle camere di commercio che questa ricerca ha preso avvio, ma perché è inizialmente nel business che si incarnano valori e interessi.” Ora, assumiamo pure questo punto di vista, che sinceramente non condivido almeno per questi due punti:
    1. perché rappresenta una forma distorta di materialismo, in quanto – secondo la versione più onesta di tale teoria – è in TUTTI i rapporti sociali, anche (e soprattutto) in quelli del bracciante, dell’operaio in fabbrica, del muratore e dei loro cantori, che si manifestano cultura e valori: proprio adesso girano su rai 5 un documentario su BB King che mi sta riconciliando col mondo anche stamattina… da dove nasce il blues? da dove nascono gli spirituals? che influenza hanno avuto sulla musica non americana, ma mondiale? chi c’era a spaccarsi la schiena sui campi di cotone, rossella o’hara?
    2. Perché un marxista parla sì di influenza della struttura sulla sovrastruttura, ma anche del contrario: “I looked over Jordan, and what did i see, comin’ forth to carry me home”… L’immaginario veterotestamentario cristiano sugli schiavi afroamericani, la fusione di vecchi e nuovi bagagli culturali, la loro influenza non solo sulla loro volontà di riscatto e liberazione in termini di non solo di certezza fideistica degli stessi, ma anche di loro anticipazione “hic et nunc”: anticipazione per cui tale sovrastruttura, a un certo punto, si sarebbe rivelata insoddisfacente e da lì (altro movimento dialettico) la ricezione del marxismo e dell’islam, i black panthers e i black muslims, ecc. Ho parlato di cultura afroamericana ma se, restando sempre in ambito musicale, si esaminano i canti popolari della nostra tradizione, si giunge alle stesse conclusioni. E andando, per esempio a vedere la tradizione popolare dell’est europa, questa cosa si nota ancora di più. Quindi lo schema proposto appare povero anche da questo punto di vista.
    Ciò premesso, ovvero che se questi sono gli “italici” meglio restare italiani, è da anni che sostengo che le camere di commercio dovrebbero tornare a fare il mestiere per cui sono state create, con un intento politico, anche, avente a cuore gli interessi nazionali, quindi – in questa fase – privilegiando e concentrandosi su chi produce ed esporta, e non su chi importa tv, orologi, patacche, vestiti, ricaricandoci del 500% quando gli va male. Lo fanno gia? Non lo fanno abbastanza, mi dispiace, e con la dovuta serietà. Un esempio concreto: Russia-Bielorussia-Kazakhstan, nuova unione doganale, nuove procedure, certificazioni a gogo, il vecchio GOST sostituito da autocerficazioni di agenti accreditati sul posto, ecc. Seguo tutto il seminario, vedo i produttori invitati che prendono appunti, ricevono fiumi di materiali…. e non posso fare a meno di pensare al carico di 100 mc del giorno dopo dove tutti esportano con una fattura semplicissima perché per fare dogana basta quello e per portare in Russia ci pensano poi a Riga, a Vilnius o a Daugavpils altri agenti del nostro cliente… e concludo: ma se queste cose le sapete, ovvero che i baltici hanno trovato una loro collocazione nel mondo, da un lato, lanciando proclami minacciosi all’orso cattivo e facendo fare alla Nato le peggiori porcate al confine e, dall’altro, lucrando per miliardi di euro sull’intermediazione della merce in entrata, facendo quelli che tecnicamente si chiamano “sdoganamenti in grigio”, muovendosi ai limiti della legge, possibile che una camera di commercio ignori deliberatamente questo fenomeno? Poi penso all’UE che, sempre deliberatamente, ha bloccato il passaggio del south stream attraverso la Bulgaria, che ci avrebbe liberato della dipendenza dal cioccolataio poroshenko e dai suoi amici neonazi, salvo poi meravigliarsi della vittoria elettorale dei socialdemocratici bulgari che invece vorrebbero normalizzare i rapporti con Mosca (e emettere una scandalosa risoluzione il 23 novembre contro la propaganda russa, accomunata a quella dell’ISIS, sic!). E penso che sono tutti della stessa pasta. E, anche se non smetto mai di meravigliarmi, cerco di non restarci ogni volta che vengo a sapere queste cose.
    Un caro saluto e buona domenica.
    Paolo

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    Paolo Selmi

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    PS Discorso che fanno da decenni anche i francesi nelle comunità francofone del resto del mondo e i britannici nel cosiddetto Commonwealth. Anche la Russia, peraltro, è da almeno dieci anni che parla di identità russa e di nazionalità russa aldilà dei confini statuali della Federazione russa. E che dire della Cina? In quei casi, però, sempre i nostri “amici” del parlamento europeo, parlano di politiche intrusive e imperiali… evidentemente, c’è chi può farlo e chi no.
    PPS Il canton ticino sono insubrici come noi della zona di Varese e Como e Verbania e, anche se da loro statuto si propongono di promuovere gli italici valori in terra elvetica, a Lugano, in genere, preferiscono altri generi di attività, mentre nelle comunità montane sono più affini alle comunità montane delle nostre prealpi. Infine, le comunità migranti in terra elvetica, che conosco anche per motivi familiari, sono tante piccole “pro loco” locali, che promuovono essenzialmente la loro terra d’origine, salvo poi essere tutti “italiani” in occasione delle partite della nazionale. Colpa non loro, ma di un ministero degli esteri che ha sempre sottovalutato la formazione culturale degli italiani all’estero, manodopera di riserva, un problema e non una risorsa, se non nelle rimesse, a differenza di altre comunità nazionali che sono tutelate da consolati e ambasciate che fanno il loro mestiere.

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