Aldo Giannuli
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Commenti (6)

  • Massimo Copetti

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    Scrivo per esprimere alcune mie perplessità che riguardano in generale gli avvenimenti in Libia e il modo in cui questi vengono presentati dai mass media. E faccio un po’ il Bastian contrario.
    Innanzi tutto pongo il problema delle fonti della nostra informazione. Finora abbiamo sentito solo giornalisti inviati da paesi del Maghreb o del golfo persico, che riportano notizie alquanto confuse (ma allo stesso tempo infarcite dei particolari più cruenti) tratte da non specificati testimoni o da siti internet. Un “l’ho visto con i miei occhi” non l’ho ancora sentito. Come “filmati shock” ci sono stati presentati un gruppo di cadaveri stesi a terra e indicati come militari ammutinati, e un cimitero improvvisato vicino ad una spiaggia. Al di là del fatto che la validità di quest’ultimo filmato è stata smontata ieri sera da Mentana sul tg di LA7, il problema è che si parla costantemente di genocidio in corso, senza tuttavia averne le prove concrete data la discutibile validità delle fonti. I caccia che bombardano la popolazione civile non li abbiamo visti, eppure siamo tutti sicuri che lo facciano costantemente. Finché non li vediamo possono essere benissimo una menzogna. La notizia dei 10.000 morti riportata da El-Arabyia, finché non vengono presentati elementi concreti, vale quanto la voce di Gheddafi, che parla di 300 persone uccise. La reazione del regime alle proteste sarà certamente sanguinosa e spietata, ma al momento la stampa non ci ha fornito elementi per valutarne l’entità e le dimensioni. Ci ha solo bombardato di verità non supportate da prove concrete.
    Altra cosa che non si è ancora chiarita, poi , è quella più importante. Chi sono i capi di questa rivolta? Quali obiettivi si pongono? L’unico simbolo che si è potuto finora riconoscere è la bandiera della vecchia Libia monarchica. Per il resto tutti parlano di “vento di libertà”, dando per scontato che l’opposizione a Gheddafi sia un democratico, laico, progressista e illuminato movimento che vuole conquistare i diritti e la dignità dopo anni di dittatura. Non affermo il contrario, dico solo che così può essere. Ma potrebbe anche essere altrimenti. Potrebbe essere un movimento a matrice fondamentalista (ricordiamoci che l’opposizione più forte contro il regime era stata fino a ieri quella dei movimenti islamisti) e noi non avremmo un solo elemento per affermare il contrario.
    I mercenari: combattono per chi li paga. Gheddafi li ha arruolati, certo, ma siamo certi che quelli presenti in Libia siano solo i suoi? Paesi confinanti e potenze straniere possono benissimo aver fatto altrettanto per sostenere i rivoltosi, anche perché questi non sembrano armati di sole pietre. E le grandi corporations non ricorrono da anni a compagnie private per garantire la sicurezza delle loro infrastrutture in aree a rischio? Questo per dire che certamente in Libia non possono esserci solo due attori, cioè Gheddafi e i suoi oppositori. E la partita in corso non è un semplice scontro tra un tiranno cattivo e i manifestanti buoni.
    E qui veniamo alla questione più delicata. Tunisia, Libia, Egitto, Yemen. Sporadici disordini in Albania, Qatar e Algeria. Movimenti rivoluzionari spontanei e interni che nell’arco di poco più di un mese incendiano un’area enorme, caratterizzata da fortissime differenze etniche, economiche, sociali, religiose. Guardiamo la cartina e vediamo che rappresentano i principali porti del Mediterraneo, con tanto di passaggi necessari per arrivare in Asia (Suez e Gibuti). Una situazione che ricorda vagamente quella degli anni 60 e 70, quando Usa e Urss si contendevano l’area a mo’ di colpi di stato e guerre a bassa intensità (haimè, anche nel nostro Paese). Affermare che ci sia un burattinaio dietro a tutto questo è impossibile, ma prendere in considerazione l’ipotesi che ci sia una strisciante guerra in corso tra le potenze, è così stupido? Al proposito vorrei evidenziare il silenzio totale di Cina e Russia.
    Insomma, per vederci chiaro ci servono molte più conoscenze di quelle forniteci dal tg5. Personalmente, sono molto colpito dal fatto che tunisini, libici ed egiziani, dopo 25 anni di Ben Alì, 41 di Gheddafi e 30 di Mubarak, si accorgono nell’arco di un mese di essere oppressi e come d’incanto si ribellano all’unisono, con risultati peraltro ancora incerti. Fine. Massacratemi pure.

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  • Angelo

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    Rispondo al commento precedente, che è un eco degli articoli che leggo sul manifesto.
    A sinistra s’è cementificata la cultura del sospetto, cioè che dietro ogni avvenimento ci sia un burattinaio o secondi fini. Non si guardano + i fatti.
    Nelle rivolte arabe che vediamo e che si sviluppano a velocità supersonica io vedo solo un popolo giovane che vuole eliminare i satrapi e diventare come noi, che vede su TV e internet e socialnetwork. naturalmente c’è anche la fame che innesca il moto.
    Come nei moti del 1848. Ma non ci sono leaders condottieri o partiti alla testa del popolo. Solo popolo. Smettiamola a sinistra con questa cultura del sospetto radical chic, introiettataci da anni e anni di guerra fredda e strategia della tensione italiana.Stiamo col popolo.

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  • Diego

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    Giusto per complicare la questione io dico che non sono d’accordo né con Massimo né con Angelo. Non penso che ci sia un Grande Fratello dietro alle rivolte delle ultime settimane e ancora meno penso che che i popoli dei paesi di cui stiamo parlando vogliano “diventare come noi”.
    Credo che l’incendio rivoluzionario sia cominciato per il motivo più semplice (la fame) in Tunisia e che veder crollare (tra l’altro senza troppa resistenza) Ben Ali, ha dato il coraggio di sfidare il potere i Egitto e Libia. Non dimentichiamoci che spesso in questi paesi la maggioranza (in genere sciita) è quasi esclusa dalle élite di potere.. l’opposizione corrisponde ad una maggioranza etnico-religiosa che deve solo prendere il necessario slancio per divenire inarrestabile.
    Detto questo il paradigma “democrazia”=”cultura occidentale” è molto lontano dal pensiero degli stessi manifestanti di questi giorni ed in generale dei popoli delle nazioni “arabe”..non è nemmeno detto che sia la “democrazia”, almeno come la intendiamo noi ad essere i fine di queste rivolte. Non fraintendiamoci: non sto sostenendo che questi popoli vogliano la tirannia, ma non possiamo contare sul fatto che queste rivoluzioni ci regaleranno un maghreb fatto di una specie di benelux solo con più sole..

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  • Diego

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    Giusto per complicare la questione io dico che non sono d’accordo né con Massimo né con Angelo. Non penso che ci sia un Grande Fratello dietro alle rivolte delle ultime settimane e ancora meno penso che che i popoli dei paesi di cui stiamo parlando vogliano “diventare come noi”.
    Credo che l’incendio rivoluzionario sia cominciato per il motivo più semplice (la fame) in Tunisia e che veder crollare (tra l’altro senza troppa resistenza) Ben Ali, ha dato il coraggio di sfidare il potere i Egitto e Libia. Non dimentichiamoci che spesso in questi paesi la maggioranza è quasi esclusa dalle élite di potere.. l’opposizione corrisponde ad una maggioranza etnico-religiosa che deve solo prendere il necessario slancio per divenire inarrestabile.
    Detto questo il paradigma “democrazia”=”cultura occidentale” è molto lontano dal pensiero degli stessi manifestanti di questi giorni ed in generale dei popoli delle nazioni “arabe”..non è nemmeno detto che sia la “democrazia”, almeno come la intendiamo noi ad essere i fine di queste rivolte. Non fraintendiamoci: non sto sostenendo che questi popoli vogliano la tirannia, ma non possiamo contare sul fatto che queste rivoluzioni ci regaleranno un maghreb fatto di una specie di benelux solo con più sole..

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  • Gius&pp&

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    Io sono d’accordo com Massimo, le guerre vengono combattute da adesso e per sempre fino ad una nuova invenzione di conflitto con la televisione. Mascherano i loro interessi dietro l’intervento umanitario e fanno crollare governi ed economie, a questi superuomini non frega niente degli equilibri raggiunti in tutti quegli anni, loro godono nel vedere realizzate le loro teorie, usano i giovani perche’ sono facilmente manipolabili, anche coloro che hanno partecipato a stilare i piani di rivolta nei famosi think tanks a washington sono coetanei di coloro che scendono in piazza a farsi massacrare, ma i primi non vedranno mai con i loro occhi i danni che hanno fatto. Allora prima di parlare ed indignarsi pensiamo ai poveri cristi che si devono immolare per concretizzare le teorie, pensate che domani potrebbero i vostri figli.

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  • Massimo Copetti

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    Ringrazio tutti quanti hanno risposto alla mia provocazione, che voleva semplicemente proporre alcune questioni di approccio metodologico ai fatti. Deduco che sono stato frainteso eppure non ho parlato di alcun Grande Fratello: prendere in considerazione l’ipotesi che nel Mediterraneo sia in corso uno scontro tra potenze è cosa completamente diversa, perché non afferma né nega nulla. L’esito delle vicende libiche interessa da vicino molte cancellerie, non solo quelle occidentali o confinanti, per cui ritengo per lo meno azzardato escludere a priori la possibilità che ci siano altri attori sulla scena. Definirne i ruoli sarebbe assurdo quanto escluderne a priori la presenza.
    Quella di “stare col popolo” è una posizione che condivido certamente, ma sono convinto che la volontà popolare non sempre è più forte delle ingiustizie che vuole combattere, anzi. Nessuna spinta dal basso può competere con la forza di certe dinamiche politiche, economiche e militari. Questa è una frase che fa inorridire le persone di sinistra con cui parlo, i famosi radical chic, che vedono fideisticamente la storia come un inesorabile percorso verso la liberazione dei popoli, la cui massima aspirazione sarebbe votare in un sistema bipolare, mangiare hamburger e guardare MTV. Al di là del fatto che non leggo il Manifesto, vorrei far notare come sia il Giornale ad aver avanzato le ipotesi più azzardate, andando ben oltre quanto da me affermato. I radical chic, quelli veri, in queste ore invocano corti penali, sanzioni economiche e missioni umanitarie, mentre pontificano sulla presenza delle truppe italiane in Afghanistan e lasciano che sventoli, sbiadita, la bandiera della pace che hanno appeso fuori dal balcone nel 2003. Non capisco come mai per loro quelle di Bush erano posizioni inaccettabili, mentre le parole della Clinton (che oggi ammette candidamente “sosterremo gli oppositori con qualsiasi mezzo, non per ragioni ideali ma per una questione strategica”) esprimerebbero un accorato desiderio di alleviare le sofferenze del popolo libico. Grottesche anche le accuse a Berlusconi di essere amico di Gheddafi, quando tutti i capi di governo italiani, dai tempi di Andreotti (per arrivare a Craxi, D’Alema e Prodi) hanno fatto tappa nella tenda di Tripoli. Questa sì che è una posizione ideologica, cementata da anni di cultura del politicamente corretto e delle belle parole, la cui conseguenza inevitabile è dare per scontato ciò a cui ci piace credere. Concordo, è uno dei problemi della sinistra, ma non solo.
    Qualora ce ne fosse bisogno: non ho alcuna intenzione di difendere Gheddafi, le cui mani sporche di sangue somigliano a quelle di molti statisti occidentali in giacca e cravatta, e la cui sorte – come del resto la loro – mi lascia totalmente indifferente.

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