Aldo Giannuli
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Commenti (11)

  • Herr Lampe

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    L’articolo è interessante, potrebbe citare le fonti consultate?

    Dopo i complimenti e la richiesta azzardo una critica: non ha citato “L’invenzione del Purgatorio”, che pure sarebbe pertinente. Grazie a questa “trovata” uno come Scrovegni, e compagnia, poté prestare a interesse, farsi un po’ di Purgatorio e essere poi accolto nei cieli (magari accelerando l’attesa con opportune donazioni dei familiari per favorire l’uso del “tesoro dei santi”).

    Certo, poi a Padova abbiamo un gioiello grazie a questo dibattito sul nulla, quindi non tutto il male…

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  • andrea z.

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    A proposito dei rapporti tra Chiesa e finanza non vanno dimenticati i sonetti satirici del Belli.
    Belli, in queste poesie, si riferisce al pesante debito che lo Stato Pontificio, a causa delle disastrose condizioni in cui versava l’erario, aveva contratto l’anno precedente con la banca Rothschild per coprire le spese militari e di polizia.
    Il fatto che ci si fosse rivolti a una banca ebrea e gli altissimi interessi che questa aveva richiesto (più del 60%), pretendendo fra l’altro, clamorosamente, di trattenerli in anticipo (cosicché del prestito di tre milioni di scudi l’erario ne percepì in realtà meno di un milione e novecentomila), aveva suscitato forti critiche fra i romani.
    Questi malumori sono espressi dal poeta nella: Sala de Monzignor Tesoriere e Er prestito dell’abbreo Roncilli: «Gessummaria! che mmonno tristo!/ …un Papa ha da pijjà cquadrini/ Da un omo c’ha ammazzato Ggesucristo!» «Ma er papa farà espone er Zagramento/ Pe cconvertì a Ggesù benign’e ppio/ Chi l’ajjutato al zessant’un per cento».

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  • ugo agnoletto

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    vorrei ricordare esperienze di segno di segno positivo, cioè le società di mutuo soccorso in cui i soldi venivano imprestati, secondo il bisogno, ai soci stessi. Col tempo queste società si trasformarono in banche popolari.
    Un’altra cosa, i templari, molto amati da Filippo il bello, che inventarono le lettere di credito.
    Sembra poi che ad iniziare l’attività di prestito siano stati proprio gli ebrei deportati a Babilonia.
    Ma quello che non si capisce è questo: la chiesa non riesce a fare a meno della finanza che è il suo peggior nemico.

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  • andrea z .

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    La Chiesa è inserita da tempo in quel sistema finanziario gestito dall’élite transnazionale che governa il mondo.
    Dal 1823 il suo patrimonio è gestito dalla banca dei Rothschild; le sue ricchezze hanno il loro terminale alle isole Cayman, un tempo sotto la diocesi di Kingston e poi trasformate in Missio Sui Iuris alle dirette dipendene dello Stato Pontificio.
    Il Vaticano stesso è stato per molto tempo sotto i riflettori degli USA perché considerato un paradiso fiscale con una banca crocevia di affari torbidi.
    La giustificazione di questo attivismo finanziario è la paura, sviluppata dalla Chiesa nel corso dei secoli, che la dipendenza economica esterna potesse pregiudicare il suo ministero spirituale e questo va capito, come bisogna considerare che la Chiesa è stata privata con la violenza del suo territorio dal nuovo Stato Italiano e quindi delle sue rendite.
    Però non si può dire che la finanza sia mai stata una sua nemica; anche in questo campo la Chiesa si è inserita perfettamente nelle miserie e nelle bassezze del mondo.

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  • io

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    Mi permetto qualche noterella di dissenso. E’ corretto quanto detto a proposito degli ebrei, diciamo anche della figura di banchiere, ma va chiarito un concetto di base molto importante. Mentre per la cultura cristiana, addirittura marxista, il denaro é uno strumento di misura del valore della res, funzionale alla circolazione dei beni ed al mercato, che non ha un valore in sé se non perché permette l’accumulo di ricchezza materiale, nella cultura ebraica il denaro altro non é che una res (cose), al pari di altre res. Ed infatti, come illustrato dal prof, l’AT consentiva di prestare denaro a terzi non ebrei ma lo scopo non era quello del profitto, bensì quello dell’approvvigionamento di merci da distribuire nella comunità, con un profitto di intermediazione trattenuto dal prestatore (più una situazione di monopolio che non di mercato). Il fatto di considerare il denaro una res porta “naturalmente” a considerare la moneta come qualsiasi altro bene potenzialmente produttivo di utilità o fruttuosità. La figura del banchiere, nel senso moderno del termine, prima che nascessero le banche nell’età moderna, poteva certamente essere rinvenuta nell’attività compiuta dai prestatori ebrei non tanto per il discorso dell’interesse, quanto delle modalità di esercizio di questa attività. Ossia spesso avveniva in modo tale che all’interno di una stesso territorio vi fosse un monopolio nella gestione dell’attività e non si sovrapponessero più prestatori (cioé una situazione di monopolio od oligopolio e non di mercato). Questo comportava certamente una concentrazione non solo di ricchezza ma anche di influenza di tale attività sia all’interno che all’esterno della comunità. Tant’è che il conflitto con la società cristiana maturò non per ragioni di natura teologica ma per ragioni di natura economica di utilizzo della funzione del prestito, proprio con i francescani (S. Francesco era mercante e figli di mercante e ben conosceva le logiche del mercato). I monti di pietà, istituzione di matrice francescana, nacquero in opposizione alla funzione di credito diffuso, di microcredito, svolto fino a quel momento dagli ebrei nella società. Ciò che veniva criticato non era l’uso del denaro a prestito, ma la gestione dell’attività monopolistica per quanto riguarda i beni trattenuti a pegno. I francescani volevano appunto che i beni trattenuti per la mancata restituzione del danaro fossero venduti con aste pubbliche, a prezzi di mercato, e non gestiti in monopolio e che il danaro fosse riversato per concedere microprestiti o per attività attività caritatevoli ulteriori a beneficio della comunità, espandendo il credito di finanziamento.Da quel momento l’attività bancaria diffusa e “incontrollata” venne progressivamente a cessare e divenne più finalizzata e controllata sia dai sovrani che dal papa medesimo

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      è una integrazione utilissima di cui la ringrazio

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  • Gaz

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    Pastorale rimarchevole quella di Monsignor Giannuli. – Bel pezzo, mi è piaciuto.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      ho sfidato persone a duello per molto meno di quel Moncisgnore!!!

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      • Gaz

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        🙂 va bene Monsignore, non la chiamerò più Monsignor Giannuli. E poi riesce ad immaginarci avvolti nel fitto del nebbione meneghino, all’alba in una deserta via Festa del Perdono, lei con la mitra in testa e in paramenti che brandisce il bastone pastorale, io armato di fionda. No, decisamente. Lei mi è simpatico e così mi fu nell’unica volta in cui abbiamo avuto occasione di parlarci. Se la vedrò di nuovo mi paleserò. 🙂

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  • marcot

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    Buongiorno Prof. Giannuli,

    l’articolo è molto approfondito e ben strutturato, ma aggiungerei una precisazione quando Lei segnala: “la Chiesa continuò a riprovare la deprecata pratica del prestito ad usura […] nella sostanza si adattò a conviverci […] questo sdoganò nei fatti la finanza”
    Vorrei sottolineare il fatto che la giustificazione ideologico-religiosa della radice della finanza moderna sia nata nei paesi nordeuropei, i quali dal XVI secolo erano diventati protestanti. In particolare il Calvinismo, introducendo il principio della redenzione dal peccato tramite il lavoro terreno, forniva di fatto una giustificazione teologica a quel primo abbozzo di capitalismo che stava nascendo nell’economia dell’Età Moderna, e non a caso ebbe diffusione nel paese più commerciale di allora: l’Olanda.
    La successiva “tolleranza” che la Chiesa Cattolica Romana ebbe nei confronti della finanza si verificò davvero, ma fu uno dei tanti adattamenti opportunistici che i papi introdussero per sopravvivere al cambiamento dei tempi, in particolar modo al passaggio economico dal feudalesimo al primo capitalismo. Anzi, sotto questo aspetto i paesi che erano rimasti cattolici subirono un ritardo nell’evoluzione economica rispetto ai loro vicini protestanti; proprio perché non ne avevano avuto l’iniziale spinta propulsiva.
    Con questo non metto in discussione la Sua osservazione rispetto alla totale incoerenza con cui la Chiesa Cattolica abbia trattato il tema. Bisogna però tenere presente che storicamente esistono parecchie confessioni religiose nel nostro continente, ognuna delle quali con conseguenze culturali diverse, e a questo riguardo invito Lei e tutti a non parlare di “Chiesa” come se ne esistesse solo una. L’antonomasia nell’Europa – e nell’Italia – di oggi è ormai fuori luogo.
    Saluti,
    Marco

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  • Alberto Capece

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    Mi stupisco di non trovare nella disamina anche il nome del teologo Pietro di Giovanni Olivi che per primo attribuì al capitale un “seme di lucro” visto che esso contiene un potenziale sviluppo di processo produttivo e o lucrativo. Sulla base di questo egli giustificò l’interesse come “valor superadiunctus” che si può applicare in ogni caso al di là e al di fuori di ogni remunerazione del rischio. Generalmente parlando nel pensiero cattolico da Duns Scoto in poi l’interesse e il guadagno in generale vengono giustificati come giusta ricompensa per attività utili alla società. Interessante per capire la dinamica del capitalismo nascente che si doterà in seguito di una religione ad hoc, è il tentativo di definire il “giusto” interesse, guadagno, prezzo, visto che in fin dei conti essi non sono misurabili o esattamente definibili in termini di utilità sociale: per lo più allora si finisce per considerare “giusti” il prezzo o l’interesse mediamente utilizzati, introducendo l’idea di mercato e dandogli un a sorta di valenza etica.

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