Aldo Giannuli
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Commenti (16)

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    ilBuonPeppe

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    Sintetizzando: la RAI non è più quella di una volta e il servizio pubblico oggi non esiste. Sono d’accordo.
    La domanda (che prescinde dalla RAI) è: lo vogliamo un servizio pubblico?
    Se sì, dobbiamo decidere il “come”; se no, chiudiamo o vendiamo la RAI.
    In entrambi i casi restano aperte questioni non secondarie come la gestione delle frequenze, la scelta delle tecnologie, il limite alle concentrazioni, la pubblicità.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      e perchè non pensare a due o tre public company ciascuna con una rete e con un patto di mutuo appoggio con le altre? Ad esempio un Tg comune

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        ilBuonPeppe

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        Certo, è un’idea. E come questa ce ne possono essere altre più o meno valide.
        Ecco perché mi agito quando sento parlare di “soppressione della RAI” a prescindere. Che la RAI non funzioni siamo d’accordo, ma il punto fondamentale è il servizio pubblico; se lo vogliamo, dobbiamo prima decidere come strutturarlo e poi verificare se ed in che modo la RAI possa essere utilizzata.
        Diversamente si fa solo il gioco di chi vuole smantellare tutto ciò che è pubblico.

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          Tenerone Dolcissimo

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          Eviti di agitarsi e prepari qualche buona scusa per quando si troverà sullo scranno degli accusati a Norimberga.
          Saluti

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    leprechaun

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    Penso sia il caso di chiarirsi le idee su cosa sia e cosa rappresenti una “Public company”, perché temo ci sia in giro molta confusione.
    Un esempio abbastanza esilarante è questa voce della Treccani:
    “Public company Società per azioni caratterizzata da un azionariato diffuso, i cui soci posseggono ciascuno un numero ridotto di azioni. Nella p. mancano dunque soci di riferimento con quote di proprietà tali da poter esercitare un’influenza dominante.”
    Poco sotto si trova:
    “Enel Società per azioni ad azionariato diffuso (cosiddetta public company), il cui azionista di riferimento è il ministero dell’Economia e delle Finanze.”
    L’esatto contrario cioè di quanto affermato sopra.
    Se andiamo qui:
    https://it.wikipedia.org/wiki/Public_company
    troviamo una definizione interessante:
    “La public company è dunque per sua natura un’impresa manageriale, in cui si realizza una delega a dei professionisti che devono gestire l’impresa, i cosiddetti “manager”, che non sono i proprietari, ma i dirigenti dell’impresa stessa. Per quanto riguarda la stabilità, essa è bassa, poiché i proprietari cambiano costantemente.”
    «La public company, dipendendo dal mercato, ha una grande capacità di attirare risorse e inoltre viene spesso gestita dai migliori manager sul “mercato”, presentando dunque un ottimo profilo per quanto riguarda la gestione e l’affluenza di capitale, ma ha come difetto una certa “miopia” (mancanza di progettualità). Gli azionisti infatti vogliono guadagnare sul proprio investimento, ma se ciò non avviene, vendono le proprie azioni, e ciò ne fa calare il prezzo e fa scendere il “capital gain”».
    Dunque qui si parla esattamente della finanziarizzazione dell’economia e dei suoi meccanismi (tra i quali il shortermismo), ovvero della “New Economy”, quel flagello che ci colpisce duramente dagli anni ’80 in poi, che realizza la teoria della MSV (Maximaze Shareholders Value) come la chiamano negli USA, e che porta anche le aziende “industriali” a disseminare dei prodotti di merda, “tanto, una volta che il cliente ha comperato, chi se ne frega se non è soddisfatto”, che è poi il motto della New Economy. Ed è stato il motto ad es. della Micromoscia fino ad ieri. Dura finché i mercati si espandono esponenzialmente. Poi, quando si stabilizzano (“maturano”, diventano “mercati di rimpiazzo”), sono morti e feriti. L’abbiamo visto succedere enne volte, la “distruzione creativa” di Schumpeter non c’entra nulla, è un oggetto di fantasia, come le chimere.
    Un esempio banale concreto di disseminazione di prodotti di merda è il touch screen capacitivo. L’inventore è purtroppo morto, altrimenti lo avrei volentieri ammazzato io.
    Direi di andarci piano, di dare un’attenta occhiata alla storia recente. Le “public company” non hanno niente di “pubblico”. Non sono controllate da gruppi di potere di azionisti (talvolta), ma (ben peggio) dai manager, i cui interessi sono sincronizzati alla proprietà anonima e diffusa (“l’azionariato”) per mezzo di meccanismi come le stock options. Sono la celebrazione del “mercato” nel senso odierno (e peggiore) del termine. Una Rai-Tv “public company” sarebbe dedita ancor più di quella di oggi a fare soldi con la pubblicità, e niente altro.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      hai ragione ma qui io noin intendevo entrare nel meritodelle possibili varianti delle pc, solo accennare alla loro possibile esistenza e indicare sommariamente con quel nome, l’idea di società ad azionariato popolare, ovviamente poi occorre vedere come strutturarle. Comnque grazie per l’intrervento

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    victorserge

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    oggi al la tv è sempre di più una fregatura.
    è un mezzo subdolo, distorsivo della verità, pedagogico fino al parossismo.
    ma non vi capita mai di assistere al tg di italia 1?
    e striscia la notizia?
    non parliamo di ballarò!
    e i tg?
    e fazio-littizzetto?

    non c’è riforma che tenga: l’unica riforma possibile è non comprare più la tv.

    animo!! torniamo a teatro, usciamo al bar, al cinema, riuniamoci con gli amici a bere del buon vino, facciamo quello che ci pare; ma spegniamo la tivvu!!!!

    saluti

    victor serge

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    andrea z.

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    Esistono canali monotematici Rai, come Rai Storia o altri, che che “fanno cultura”; quindi se il popolino volesse imparare qualcosa che esuli dal campionato di calcio o dai programmi d’intrattenimento, copiati dai più squallidi format americani, qualche alternativa c’è.
    Però, come giustamente fa notare il suo articolo, l’errore è stato quello, a partire dagli anni ’80, di inseguire le tv commerciali nella caccia al mercato pubblicitario.
    Come servizio pubblico, la Rai poteva fare come la BBC, potenziando i programmi all’Alberto Angela e abbandonando l’intrattenimento nazionalpopolare, visto che poteva contare sul canone.
    Si è scelta la via più facile di assecondare gli istinti più bassi della popolazione, anzichè cercare di elevare il livello culturale, probabilmente per ragioni politiche e di controllo sociale.

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      Riccardo

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      Dissento dalla sua affermazione che certi canali televisivi facciano cultura. A meno che per cultura si intenda veicolare il pensiero unico del consumismo, la Storia raccontata solo dalle classi dominanti, le Arti e la Musica come sottoprodotti del capitale. Forse neppure Radio3 è vergine in questo senso.

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    Gerardo D'Ambrosio

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    In realtà esistono anche i canali tematici che fanno programmi divulgativi e non solo di intrattenimento: ad esempio Rai storia, Rai 5 (cultura) Rai news e se vogliamo possiamo considerare i canali dedicati allo sport o ai film di qualità. Insomma, credo che la TV generalista, nell’epoca di youtube e dello streaming, sia destinata a scomparire. Quello che resta sono canali mirati per un pubblico selezionato. Per il resto c’è la rete. Ognuno si crea il proprio palinsesto.

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    Tenerone Dolcissimo

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    non è inutile ricordare chela Rai nasce dalle ceneri dell’Eiar, istituita dal regime fascista che le attribuì il monopolio del servizio pubblico delle emissioni radiofoniche e, nel 1935 la pose alle dirette dipendenze del Ministero della Stampa e della Propaganda. Un’origine non proprio democratica, se vogliamo. Comunque, anche altri paesi (come l’Inghilterra) adottarono la soluzione dell’ente di stato
    R Comunque, anche altri paesi (come l’Inghilterra) adottarono la politica nazista di sterilizzazione e forse anche eliminazione fisica dei soggetti handicappati. La storia del totalitarismo novecentesco attende ancora che qualcuno la scriva.
    Ah, Professore, hai dimenticato di dire che l’EIAR venne creata dal fascismo, ma il monopolio delle emissioni radiofoniche fu un idea nazista.
    *****
    nel presupposto della natura di servizio pubblico che le attività radiofoniche (e poi televisive) avrebbero dovuto avere: fornire informazione, svolgere ruolo di educazione civica, di canale di comunicazione della politica con la società, promuovere la formazione culturale del popolo ecc
    R L’informazione me la scelgo da me, da buon liberale e i partigiani della RAI sono pregati per il loro stesso bene di non venire nemmeno a propormela quella pubblica.
    Quanto alla “educazione” ed alla “formazione” della masse, i partigiani della RAI sono pregati di andare ad educare le loro mamme e le loro sorelle, che so io che mestiere fanno (e lo prova il fatto che quando le mamme di costoro defungono i suddetti partigiani della RAI si fanno assumere dalla suddetta RAI per continuare a papponare alle spalle di qualcuno).

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    Marcello Romagnoli

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    Difficile difendere la RAI, ma guardiamo ciò che funziona. Ci sono trasmissioni e reti che sono notevolmente superiori alle reti private italiane, e a molte straniere, che si possono vedere. RaiScuola, RaiStoria, Rai5 e in alcuni casi anche RAi3.

    Ripartiamo da li, non distruggiamo tutto. Le piante buone e le capacità tecniche ci sono, occorre togliere le piante infestanti, ma non con il diserbante che uccide tutto, buono e cattivo, ma sradicando le erbacce pazientemente, una per una.

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    Riccardo

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    Giannuli, cavalcando la storia della RAI, lei individua nell’avvento del secondo canale un punto di svolta verso la discesa agli inferi del servizio pubblico. Credo che sbagli. Il punto di svolta è stato, per la RAI come per tutte le altre televisioni europee, l’omologazione al modello televisivo e culturale nordamericano. Modello per il quale le parole “servizio pubblico” non hanno significato, e veicola il pensiero unico consumista e capitalista, essendo in mano a ricchi privati.
    Ora io sono d’accordo nel dire che quelle parole ormai sono un “significante vuoto”, e da molti anni. Ma la soluzione, a mio parere, è riappropriarsene, non buttarle definitivamente al macero.
    Partendo da questo assunto di base, si può discutere cosa sia meglio fare in termini di finanziamento, controllo e gestione popolare del servizio pubblico televisivo (lei propone una public company, ed è un’idea sfiziosa). Ma se non chiarisce quale dev’essere il punto di partenza, poi si gira a vuoto. E questa mancanza di chiarezza mi sembra anche quella del M5S su questo argomento.

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    Lorenzo

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    Anche qui sono d’accordo con Riccardo. La distruzione della tv pubblica è solo un aspetto dell’americanizzazione selvaggia, cioè dell’adeguamento al modello imposto dal conquistatore anglosassone. La soluzione, se si vogliono superare i pannicelli caldi, consiste nello scalzarne il principio ispiratore, quello del libero mercato.

    Le misure fondamentali dovrebbero essere: 1) spezzettare in maniera minutissima la proprietà dei mezzi di informazione ed intrattenimento privati (divieto di possedere quote superiori all’uno per mille o per diecimila), 2) mettere un limite draconiano alla trasmissione di contenuti pubblicitari (un’ora al giorno o anche meno).

    L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma questi due provvedimenti sarebbero sufficienti a colpire al cuore la cinghia di trasmissione fra grande capitale, media e condizionamento delle masse che domina l’attuale modello televisivo.

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    fortebraccio

    |

    12 anni fa, abbiamo buttato,via, collettivamente ,le tv,i giornali,le banche, le chiese,,e le elezioni.10 anni fa,sempre collettivamente,abbiamo smesso di fumare e di bere ,risparmiandoci , circa 2oo euro al mese,tra vino e sigarette,e guadagnandoci,piu di 500 euro, cadauno ,in salute .attualmente,stiamo vagliando la possibilita di buttare via i telefonini,e lasciarcene solo uno,con una ricarica collettiva mensile ,tutto questo, perche, non potevamo permettercelo ,con le nostre misere ed indegne pensioni,concedendoci,solo,qualche rara volta,venere.dalla cultura degli sbarcanti,abbiamo appreso come vivere in dieci,in due stanze,e,come digiunare a pane ed acqua ,tre giorni la settimana !viva l italia,l italia,in mano a porci egoisti,servi degli stranieri!

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