Aldo Giannuli
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Commenti (6)

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    giandavide

    |

    il problema sarebbe risolvibile – o quanto meno arginabile – evitando di riproporre i soliti vecchi tromboni di sempre. ma noto che c’è anche questa volta qualche problema di ricambio di classe dirigente.
    il problema penso che sia un pò fisiologico, dato che in italia manca la tendenza a fissare asticelle chiare che permettano di rendere percepibile la misura del successo o del fallimento di un attore politico. quindi i rappresentanti non falliscono mai e sono sempre totalmente deresponsabilizzati. sotto questo aspetto, attestando che nessun partito ha trovato soluzioni – anche il m5s ci ha provato, ed ha fallito – continuo ad essere poco motivato a recarmi alle urne elettorali.

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    cinico senese

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    Anche se mi è simpatico l’urlatore Landini, tutto il suo progetto puzza di vecchiume anni 70. Non sarà in grado di intercettare il nuovo. La sua base sociale sara il solito zoccolino duro dei lavoratori dipendenti sindacalizzati, in via di estinzione e di pensionamento.

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    benito

    |

    prof. Giannuli,
    la sua analisi e’ giusta, io pero’ tra le cause dell’indebolimento del
    sindacato, ritengo ce ne sia da aggiungere una della quale nessuno ha mai
    parlato, ma che e’ incontrovertibilmente vera e determinante. E questa volta,
    non per le carenze di sinistra/sindacati, ma per un’azione mirata della confindustria.
    Il fatto e’ che prima del ’68 in tutte le grandi aziende italiane, i direttori non potevano
    farvi assumere i propri figli e nipoti, in base al principio che le assunzioni e carriera,
    dovevano avvenire per merito e non per favoritismo.
    Dopo le grandi ondate di scioperi di fine anni ’60 tuttavia le cose cambiano:
    le grandi aziende decidono di comune accordo di cancellare questa norma che si erano dati e
    inizia cosi’ il fenomeno del nepotismo nelle aziende private.
    Lo scopo e’ semplice, si sacrifica il merito, ma in compenso si limitano le rivendicazioni
    sindacali. In che modo e’ facile immaginarlo: il figlio o nipote del direttore evitera’ di aderire
    ad azioni sindacali, per non creare problemi al suo mentore padre o zio, in compenso avra’ la
    carriera facilitata. Ma se per caso fara’ sciopero, in questo caso, non sara’ il suo capo a convincerlo
    che il sindacato e’ una pessima cosa, ma il suo parente verso il quale e’ debitore.
    Ci tengo a precisare che non sto’ parlando di vaghe impressioni ma di numerosissimi casi che ho conosciuto
    avendo lavorato per 30 anni in una grande multinazionale. So anche per certo che le stesse cose accadono
    anche in un gran numero di aziende italiane, probabilmente tutte, la sola eccezione che ho trovato e’ una
    grossa compagnia di sssicurazioni dove ancora vige la vecchia regola, ma quest’ultima non fa’ testo perche’
    e’ posseduta da capitale tedesco, e in Germania non hanno mai ceduto al nepotismo
    (che sia anche questo uno dei segreti della loro efficienza?)
    Certo non tutti i lavoratori nelle grandi aziende hanno un “santo in paradiso” ma il fenomeno e’ assai piu’
    diffuso di quanto non si creda, e certamente sufficiente a creare divisioni tra i lavoratori.
    Mi e’ capitato di parlare a quattr’occhi sia con sindacalisti che con giornalisti, tutti mi hanno dato
    ragione, ma perche’ allora nessuno ne parla?

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    Junius

    |

    Ho letto “Landini” e stavo per saltare l’articolo a piè pari.

    Invece tonnellate di informazioni da infilarsi in saccoccia.

    Ovviamente, purtroppo, le solite sintesi “micro”, burocratizzazioni e, nei commenti, il solito nepotismo della casta-cricca-corruzione made in Bruno Leoni.

    Il sindacalismo, come ammonivano Spaventa e Magri nel’78, è morto con l’aggancio della lira al marco prima, con il divorzio tra tesoro e BdI nell’81, al seguito, giustamente, della riscossa neoliberale che con Volcker alla Fed e Reagan e la Thatcher ai capi dell’Impero ha capovolto l’ordine sociale così come uscito dal dopoguerra.

    Sarà in quei primissimi anni ’80 che Caffè tirerà le orecchie a Berlinguer: ma il gioco era fatto.

    Il sindacalismo, senza sovranità economica e fiscale, è buono solo per il gatekeeping e a far accettare ai lavoratori la violenta sottrazione dei diritti sociali.

    Certo che la teoria del conflitto non è sufficiente, ma per giove, neanche dimenticarsela completamente.

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      giandavide

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      abbè fa sempre un certo effetto sentire parlare di conflitto da un bagnaino.
      peccato che questo conflitto non si coniuga bene con l’alta considerazione che ha il bagani verso la classe dirigente italiana, nè tanto meno il fatto che scriva nel suo manuale d’economia che la concorrenza si raggiunge modificando l’offerta, ovvero diminuendo i salari. salvatori della patria!

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        Junius

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        Non so bene cosa sia un “bagnaino”… sicuramente, come tanti altri studiosi di economia, sono in debito al prof. Bagnai per aver “proletarizzato” una disciplina che difficilmente esce dalle aule e dagli uffici delle università. In particolare mi fa godere che abbia messo a disposizione dei lavoratori una serie di strumenti ermeneutici che in pochi avrebbero reso in modo così efficace.

        Io stesso, certe implicazioni politiche di una materia del secondo anno di economia, le ho comprese a fondo tramite i suoi libri. Inoltre, l’autorevolezza che ha acquistato, l’ha acquistata azzeccando una quantità di previsioni economiche (e politiche!) realmente impressionanti: giusto per quelli che “l’economia non è una scienza”.

        Certo, ha smutandato quei porci traditori che hanno fatto finto di difendere i lavoratori in Italia e in Europa…. chapeau!

        Certo, ora c’è da capire cosa si può salvare dalla “retroguardia”…

        Dai, consolati con questo, tu che la sai lunga e lo apprezzarai certamente:

        https://www.youtube.com/watch?v=wfcOnJC2uVM&feature=youtu.be

        E non dire che non ti voglio bene.

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