Aldo Giannuli
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    Paolo Selmi

    |

    Con buona pace dell’immagine fornita all’esterno e dei rituali di Partito confucianamente perpetuati, è noto che in Cina non viga ormai da tempo un modo di produzione socialistico: percorso di differenziazione i cui inizi sono databili ancor prima della cosiddetta “Grande rivoluzione culturale proletaria”, probabilmente già dal 1957, con l’esca tirata a quei “Cento fiori” venuti allo scoperto, la conseguente repressione interna da parte del gruppo dirigente, estesa all’alleato sovietico, e le politiche avventuristiche del cosiddetto “Grande balzo in avanti” che trasformarono quel movimento embrionale di transizione al socialismo in un Kasernenkommunismus fondato sul dispotismo legista e carismatico del Grande Timoniere.

    Dopo la caduta del Muro, la transizione è stata volta a costruire un capitalismo monopolistico di Stato, ovvero dove lo Stato opera in un regime capitalistico nel doppio ruolo di protagonista e arbitro, con apertura ai capitali esteri ma con una forte impronta dirigistica proveniente dal centro, tesa a controbilanciare le spinte centrifughe delle zone costiere del Sud, che di tale svolta economica avevano raccolto i migliori frutti.

    Il doppio ruolo dello Stato ha fatto si che il tasso di corruzione dilagasse: se il nemico non si può combattere, occorre allearvisi, “lisciarlo”, e dividere la torta con lui. Questo han saggiamente pensato i miliardari attuali, per questo motivo le cause della corruzione cinese, così come quella italiana, sono strutturali, coinvolgento settori dell’apparato pubblico, privato e della criminalità organizzata (basti pensare al regime di autorizzazioni richieste all’importazione anche di beni di produzione di massa che appaiono o scompaiono a seconda di chi importa e con chi). A contribuire al già grande “disordine sotto il cielo” contribuisce anche una critica scientifico-accademica esterna del tutto carente, dal momento che certi argomenti non sono certo sponsorizzati dagli Istituti Confucio e, purtroppo, la ricerca alle nostre latitudini vive di sponsor: contraddizione acutamente messa in luce da uno dei nostri maggiori sinologi, Maurizio Scarpari (“Istituti Confucio, promozione culturale o propaganda politica?”, Cinaforum, 3 aprile 2015, http://www.cinaforum.net/scarpari-dibattito-confucio-743/).

    Se però la corruzione è organica al sistema, un sistema che non è fondato né sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione, né su un’economia di piano, né sulla critica della forma attuale di merce (sul cui modello anzi ha fondato il proprio profitto), e non basta qualche pena di morte o “suicidio” o esecuzione sommaria per “colpirne uno per educarne cento”, restano aperti tutti gli interrogativi che hai sollevato da un po’ di contributi a questa parte. Dalla sua, finché il tian ming, o “mandato celeste”, resterà saldamente nelle mani del PCC, esso potrà contare su una capacità di mobilitazione di energie e risorse, umane e non, impossibile a qualsiasi altra forza politica sul nostro pianeta. Attivando queste leve, conseguenza di un modo di produzione e di organizzazione sociale millenario, potrà sicuramente opporsi alla campagna speculativa su grande scala in atto nei suoi confronti (e nei confronti della Russia, qualche numero qui http://cassad.net/ekonomika/mirovaya-ekonomika/23979-o-valyutnoy-atake-na-kitay-grozyaschey-rossii.html). Potrà anche continuare a fare affari col mondo occidentale e a cercare sponde amiche nella Russia, nell’Iran e in Africa, legando così la propria sopravvivenza a quella del mondo intero. Ma non potrà mai eliminare del tutto i pericoli di implosione interna, quelli che nella sua storia millenaria hanno portato a movimenti di disgregazione (l’ultimo non più di cent’anni fa con la creazione degli staterelli dei cosiddetti Signori della guerra, con cui si scontrò il buon Sun Yatsen) seguiti a movimenti nel senso opposto. E il trasferimento del mandato celeste da una mano all’altra non è mai stato indolore: tuttavia, proprio per l’interdipendenza tipica di questo capitalismo globalizzato, se sarà, non sarà indolore neppure per noi.

    Paolo Selmi

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    benito

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    “…. Cifre che fanno sospettare il peso dell’illecito (contrabbando, corruzione, pirateria, contraffazione ecc.) in questa impennata della crescita dei miliardari.”

    E’ evidente che tutti gli stati, anche quelli sedicenti democratici , sono governati di fatto da oligarchie. E qualunque oligarchia direttamente o indirettamente e’ connessa con corruzione e mafia, altrimenti non sarebbero oligarchie. E’ noto che gran parte dei proventi di attivita’ illecite vengono reinvestiti nella finanza, a tal punto che se questi reinvestimenti venissero a mancare , le conseguenze sulla finanza stessa sarebbero pesanti, cio’ rende ambiguo il confine tra lecito e illecito. Nei paesi ex comunisti poi, con la privatizzazione, gli asset statali sono stati acquistati dagli oligarchi (ex nomenclatura) con i soldi della mafia. Del resto anche in Italia abbiamo sempre avuto rappresentanti politici di oligarchie legati a doppio filo ai mammasantissima a partire dai Savoia e Cavour.

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