Aldo Giannuli
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Commenti (8)

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    Maurizio Melandri

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    Sono abbastanza d’accordo anche se io mi ricordo anche assemblee di ore solo per decidere se fare o meno una manifestazione.
    In quel periodo (io sono uno del ’77 🙂 dato che nel ’68 avevo 11 anni) le forme di comunicazione c’erano entrambe, sia quella sintetica a slogan sia quella più analitica (le B.R. in analisi erano dei maestri).
    Ora purtroppo sono rimasti solo gli slogan e la delega, le primarie e la televisione.
    Tutto questo non è democrazia, è un’altra cosa, ma vallo a far capire…

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    Riccardo Montagnoli

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    Analisi interessante, ma non sono d’accordo.
    Certo il carattere del documento è assertivo, costituito da una successione di tesi; manca un’approfondita analisi, che sarebbe stata del resto difficilmente immaginabile in un documento destinato per scelta del proponente ad avere ampia diffusione. Infatti, l’agenda Monti è introdotta come “primo contributo per una riflessione aperta”, con un esplicito invito rivolto a “tutti coloro che siano interessati a leggere il documento, a condividerlo e a commentarlo con spirito critico, portando il loro contributo di idee e di proposte”. Non mi pare una differenza da poco rispetto agli slogan del ’68 o del ’77…

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    Caruto

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    Intervento molto opportuno. Solo che io non darei la colpa a Carosello (povero Carosello!).

    Gli slogan sono antichi quanto la comunicazione.

    Anche alcuni degli interventi sulla candidatura Ingroia erano stereotipati e sloganisti. Nessuno pero’ ha vauto la gentilezza di ricordare, per es., quello che leggo nell’articolo di Bolzoni di oggi (30.12.2012) su Repubblica: il network europero Flare contro il crimine organizzato aveva chiesto al PD di candidare il suo presidente Franco La Torre, figlio di Pio. Silenzio per due settimane, poi un contatto quando La Torre aveva gia’ dato la sua disponibilita’ ad Ingroia.

    Un argomento da utilizzare, se lo avessero saputo, e che invece e’ stato sostituito da ragionamenti di principio astrattamente cristallini (e chi li puo’ rifiutare?).

    Circa le “operazioni inconfessabili” di Monti: parliamone su questo blog.

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    giandavide

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    perfettamente d’accordo, anche se penso che un discorso molto simile possa essere fatto anche per gli arancioni, che data la loro totale mancanza di organizzazione (dovuta a una scelta dei tempi assolutamente irrazionale*)sono stati costretti anche loro a ripiegare sugli slogan, quando non direttamente sul carisma personale (non sto parlando solo di ingroia, ma anche del programma economico che, ad esempio si basa sulla persona di gallino).

    e, infine, dopo le porte chiuse ancora una volta da grillo ad ingroia, e dopo che si è vista per l’ennesima volta questa triste scena di accattonaggio politico finita a pesci in faccia, chiedo ancora una volta: ma siamo sicuri che la scelta di aprire a grillo sia stata in generale una mossa positiva? non sarebbe stato meglio essere ostili a grillo e rivendicare in modo più razionale quei punti proposti dai 5 stelle che possono essere ritenuti di sinistra? essere riusciti a farsi fregare l’elettorato perchè si è stati incapaci di rispondere a un paio di slogan antikasta è stata una vera e propria vergogna.

    *dico irrazionale dato che se volevano rispettare scadenze a breve termine si sarebbero dovuti muovere prima, se volevano costruire un’alternativa sarebbero dovuti restare movimento e agire dall’esterno. così sembra che il loro unico obiettivo è quello di salvare il soldato ferrero

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    Giovanni

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    Solo un commento a beneficio (spero) dei più giovani. Ho la stessa età di Aldo, e di quel periodo ricordo soprattutto la cesura fra il “’68 vero” e quanto è seguito. A mio parere, il “’68 vero” incomincia col la morte del Che nel 1967 e termina con la strage di piazza Fontana nel 1969. Protagonisti sono soprattutto studenti universitari ancora in gran parte figli della classe dirigente: urlano slogan un po’ ridicoli in piazza, ma sono abbastanza colti (e socialmente “scafati”) da poter sostenere un ragionamento politico articolato. Sono capaci di gestire, pubblicamente e privatamente, metafore e doppiezze. Le bombe del ’69 non sono però metaforiche, fanno male davvero: la maggioranza dei “contestatori” rientra nei ranghi e spesso fa brillanti carriere (alcuni si distingueranno per essere dirigenti particolarmente carogna con i sottoposti, proprio grazie alla dialettica acquisita in quegli anni). Dopo una pausa dei primissimi anni ’70 (ricordo che all’Università di Pavia, dove ho studiato, il movimento si era quasi completamente dissolto), arriva la carica della mia generazione, i proletarizzati della Scuola Media Unica: né borghesi né operai, un po’ travet e un po’ disoccupati, collettivamente crediamo ai nostri slogan e al mondo caricaturale che disegnano. Giustamente, arriveranno i settantasettini a seppellirci con le loro risate (ma non combineranno di meglio).

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    rosario

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    Penso che Monti, malgrado i requisiti anagrafici, non possa essere inserito tra i ragazzi del ’68 (sia di destra sia di sinistra). Gli mancano proprio i requisiti emozionali tipici di quella generazione. Devo dire, guardando l’età media dei nostri governanti, che qui qualcuno ci ha venduto un prodotto scaduto da troppo tempo. Mentre gli altri Paesi cambiano i loro leaders e le idee con molta più frequenza, noi restiamo ancorati agli schemi di pensiero degli anni ’50 e ’60 senza riuscire a sganciarci.

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    paolo raffone

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    Effettivamente “l’Europa di Mao” è il nuovo attaccapanni per tutte le stagioni. Per ora ha vinto il “marketing” che ha sbaragliato la conoscenza, le idee, la partecipazione. Le aggregazioni, come al supermercato, si realizzano attorno ai “marchi” senza curarsi dei contenuti. Nella periferia dell’Occidente, emblematicamente rappresentata dall’Italia degli ultimi 40 anni, si scodellano opinioni spacciandole per idee. La società iper-catodica e digitale ha potenziato lo svilimento delle idee. Rispetto al passato, quando esisteva il sapere cartaceo e il tempo lento, l’oligarchia economica si è consolidata e controlla capillarmente ogni emozione sociale, svuotando di contenuti la politica. Il nuovo populismo dei 140 caratteri sembra essere il destino immediato dell’Occidente (democratico). Con un guizzo di intelligente immaginazione, Orwell l’aveva visto già negli anni ’30… L’allargamento su vasta scala del modelo orwelliano porterà all’implosione scomposta e cruenta. Questione di tempo (poco).

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    davide

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    Articolo interessante e colgo l’occasione per complimentarmi per questo sito! veramente ben fatto e con tanti articoli utili!

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