Aldo Giannuli
Aldo Giannuli

Aldo Giannuli

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Commenti (31)

  • ermanno

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    “Per uscire dalla crisi, occorre abbandonare l’ipercapitalismo finanziario per approdare, realisticamente, ad un modello di capitalismo sostenibile tanto dal punto di vista ambientale quanto da quello sociale. Tornare a livelli di disuguaglianza sociale sopportabili”… comunque la mettiamo si torna sempre alle stesse soluzioni (perdenti) già sperimentate… “che bisogno c’è dei comunisti per ottenere un capitalismo riformato? Basta un orientamento socialdemocratico o, appunto, riformista”. E quindi “ai comunisti spetta il compito di essere la polarità opposta al capitalismo che inneschi un processo di rifondazione sociale di segno egualitario e libertario”… Non sono daccordo, ai comunisti il compito di prospettare una società diversa possibile e realizzabile e spendersi per questo… Sempre che la Rossanda, Bertinotti e tanti altri ce lo permettano, naturalmente.

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  • menici60d15

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    La sinistra radicchiale

    “C’è sempre un puro più puro…” diceva Nenni. Quello che accomuna i comunisti ai peggiori capitalisti, e ai tanti opportunisti che stanno tra i due, è la bugia e l’omertà sul valore sociale ed etico del lavoro; non del lavoro come impiego e fonte di reddito, naturalmente; ma sul valore etico e sociale di ciò che viene prodotto. Per esempio, come ho osservato in questo sito (*), si auspica che la medicina divenga sempre più “motore della crescita del reddito e dell’occupazione”. Conoscendo questo settore dall’interno, vedo che l’enorme espansione e il successo economico della medicina sono il risultato di frodi strutturali, che tolgono sistematicamente, legalmente, sia salute sia denaro alle persone; ma alimentano così sia la speculazione finanziaria sia, in senso letterale, le famiglie dei portantini. Non ci sono forze politiche che contestino questa via cannibalistica al capitalismo.

    La causa della crisi, crisi che prende forme primariamente economiche ma non è solo economica, risiede solo in parte nel fattore che, grazie soprattutto ai comunisti, di solito si indica, il capitale; ha le sue spore nascoste, o meglio taciute, anche nel lavoro; che grazie soprattutto ai comunisti è sacro e immune da critiche sulle sue conseguenze etiche e politiche. Il capitalismo ha così nel comunismo la sua cintura protettiva, consistendo quella che si presenta come un’opposizione radicale nel non chiedere al leone altro che di essere un po’ meno leonino nella spartizione delle prede: l’obiettivo presente, fatte salve le belle chiacchiere sul sole dell’avvenire che dovrà sorgere, è di “rifondare il patto sociale tra capitale e lavoro “ per “un sistema sociale un po’ più equilibrato”.

    Io apprezzo la profondità di certe analisi marxiste; non contesto certo a nessuno il diritto di chiamarsi comunista e di professare qualsiasi dottrina; né di sostenere che posizioni come le mie sono utopiche, errate, etc. Solo rilevo questa consuetudine, comune a tante forze politiche, di presentarsi per gli autentici oppositori radicali quando si è un barbacane del sistema, un antemurale che protegge il capitalismo dal cambiamento radicale. Non si tratta di essere più puri dei puri; è valido in questo caso ciò che osservava Pascal sul radicalismo relativo, di come un moderato che non segua una deriva estremista appaia lui estremista: “Quando tutto si muove in modo uguale, in apparenza non si muove niente, come su una nave. Quando tutti vanno verso la dissolutezza, sembra che nessuno ci vada. Colui che si ferma mette in evidenza l’esagerazione degli altri, come se fosse un punto fisso.”

    Questo per me è radicalismo, oggi: riconoscere che si sono spostate abnormemente le coordinate dell’etica pubblica e contestare ciò. Chi è portatore di questa soverchia “purezza”- anche se le sue posizioni sarebbero non troppo lontane da quelle di un ipotetico democristiano, o di un repubblicano, onesti – non “epura i meno puri”, come invece diceva Nenni; ma viene epurato lui. E i bravi sedicenti comunisti, forse anche per rinsaldare il patto sociale e riequilibrare la loro busta paga, spesso non si fanno pregare per svolgere quest’altro lavoretto extra per il nemico capitalista.

    * http://menici60d15.wordpress.com/2011/09/15/la-medicina-come-rimedio-ai-limiti-della-crescita-economica/

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  • Nicola Mosti

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    Uno dei problemi, tuttavia, consiste nel fatto il Comunismo, storicamente parlando, non si è mostrato mai almeno accettabilmente Libertario.

    Quando puoi, mi piacerebbe che tu spiegassi ciò che non ho capito leggendo il Manifesto del Partito Comunista, ovvero se il Comunismo prevede ed ammette una qualche variabilità dei profitti da lavoro (redditi professionali, retribuzioni, salari, etc…) o se invece impone un egualitarismo economico rigoroso ed assoluto. Perché se così fosse – lungi da me l’obbrobrio delle attuali sperequazioni – si tratterebbe, a mio parere, di un aspetto ideologico utopistico e soprattutto disincentivante.

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    • aldogiannuli

      aldogiannuli

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      Il comunismo non si è mai dimostrato accettabile dal punto di vista della libertà: verissimo, però nion sta scritto da nessuna parte che si debbasno ripetere sempre gli stessi errori e non si possa tentare una variante molto diversa e (a mio parere) più conforme allo spirito stesso di una teoria politiche con non presuppone affatto la soppressione delle libertà

      la variabilità dei redditi da lavoro: Marx affonta il problema in un altro suo scritto, Critica al prograsmma di Gotha, nel quale sostiene che nella fase iniziale della società rivoluzionaria (il sociaslismo) essa sia ammessa ed anzi auspicabile, mentre nella fase successiva (il comunismo) il problema non si porrebbe perchè, nel regno dell’abbondanza, sarebbe dato a “ciasdcuno secondo i suoi bisogni” e chiascuno darebbe “secnondo le sue capacità” in un rapporto di scambio non economico. Persolamente da trenta anni ho smesso di credere in questa mitica età dell’oro, ma non rinuncio all’idea di una società giusta che remuneri il lavoro in proprorzione alla qualità e quantità e non in base a follie per cui un manger prende 9.000 volte quello che prende un suo operaio in nome di un suo presunto talento e poi continiua a prendere la stessa retribuzione dopo aver causato, con il suo talento, la crisi dell’aziendas che dirige.

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  • giandavide

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    articolo condivisibilissimo (anche se poi aldo vota grillo e sembra di fatto che non gliene freghi tanto nemmeno a lui dei simboli), specie per quanto riguarda la necessità di un’ala radicale che dia un senso a quella riformista. forse l’unica cosa approfondibile sarebbe stata relativa allo stalinismo e a un certo modo di essere comunista. devo dire che la mancata chiarezza e distinzione tra i comunisti libertari e i ben più rigidi e destrorsi stalinisti (che comunque continuano ad esistere) non abbia fatto benissimo alla salute della simbologia comunista. anzi di fatto gli stalinisti hanno vivificato la stupida equazione estrema sinistra=estrema destra e comunista=fascista. è chiaro che si tratta di equiparazioni concettuali che possono affliggere solo gli idioti e i disinformati, eppure è facile vedere che gli esempi di queste categorie sono presenti oggigiorno (anche in questa pagina). e forse fare distinzioni a suo tempo e in modo chiaro su cosa significasse essere comunisti, anche rischiando di prendere un’altra strada rispetto a quella degli stalinisti balordi sarebbe stata una cosa più intelligente, dato che un partito con due anime e un termine con due o più significati si svuota lentamente ma inesorabilmente di senso, arrivando a servire a poco e non descrivendo le distinzioni che si incontrano nella società. è chiaro che con una composizione comunista così differenziata il risultato inevitabile sarebbe stata l’abolizione della parola che era diventata troppo grezza per parlare della realtà complessa dei comunisti in italia.
    lo so, sto facendo sfacciata dietrologia, ma credo che aldo saprebbe descrivere meglio di me la triste trasformazione della sinistra italiana alla fine degli anni ’70, e in cui in fondo si possono rilevare allo stato embronale tutti gli sviluppi successivi.
    Per il resto sarei anche curioso di sentire cosa dice aldo sull’autonomia, in quanto mi sento ancora vicino agli autonomi, e in fondo l’ho trovato uno dei movimenti più seri tra quelli frequentabili (ma le magagne ci sono dappertutto).

    certo, in cima alla top ten delle mie richieste c’è il tentativo di capire la svolta autoritaria di aldo e il suo supporto a scalfari e monti per quanto riguarda la legge elettorale, e lo ricorderò anche a costo di essere fastidioso.

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    • aldogiannuli

      aldogiannuli

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      guarda che ai grillini io ho dato un voto:
      1- in una tornata di elezioni c omunali
      2- al candidato sindfaco e non alla lista
      3- ed al primo turno
      Non mi sembra politicamente molto significativo

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  • Nicola Mosti

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    Allora, se da almeno trent’anni non credi più nella realizzazione della mitica età dell’oro (il Comunismo reale), sei un “Socialista Radicale” piuttosto che un comunista convinto. Sempre che oggi – visto l’attuale panorama politico – una tale terminologia abbia ancora qualche significato.

    Io, che non sono mai stato comunista – in quanto ho sempre ritenuto questa ideologia un’utopia irrealizzabile o addirittura controproducente – credo tuttavia che questo sciagurato Paese (e non soltanto l’Italia) necessiti di una sana riforma “Social-Democratica”. Il problema, però, come facevi notare, è che il Socialismo Riformista è divenuto semplicemente una forma neanche troppo annacquata di Neo-Liberismo, come una sorta di supposta scivolosa, preparata apposta per farci accettare le fregature del Capitalismo Finanziario senza opporre troppa resistenza (quando l’attuale Governo impiega austeri clisteri di Tina – “There Is No Alternative”).
    Ed ecco allora che molti elettori – convinti della necessità di una reale svolta a Sinistra – si trovano di fronte il non trascurabile dilemma di dover votare Rifondazione, pur senza professarsi autenticamente comunisti o addirittura di questa ideologia avendone il timore.
    Io stesso mi sono ritrovato a “dire cose di Sinistra” (molto più di un D’Alema, certo, è fin troppo facile), pur non avendo niente da condividere con il comunismo marxista-leninista.
    Ed alla fine spesso mi chiedo: occorre turarsi il naso anche stavolta?

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    • aldogiannuli

      aldogiannuli

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      il naso non lo abbiamo più ormai.
      quanti ai moltio elettori che pur senza essere ciomunisrti voitano rifondazione, sinceramente non mi sembrano davvero molti.
      Sinceramente non so dirti cosa voterò, in questo momento sono molto pessimista sul menù che dovremo scegliere, certoi che se l’alternativa non fosse fra la destra berlusconiana ed il Pd anf friends ma fra una destra casinian-finian- montian-alfaniana e Brescani ed i suoi credo che prenderei seriamente in considerazione l’idea di una giornata di mare

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  • Luca Iozzino

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    Innanzitutto complimenti per il post. Onestamente era una domanda che anche io mi ero fatto da persona che apprezza i tuoi contenuti ma che non è mai stata comunista.
    Come sai sono iscritto ad IDV e la cosa non mi sembra neanche così fondamentale. Mi piace definirmi pragmatico e credo che entrambe le ideologie del 900 abbiano fallito clamorosamente. Francamente non trovo sufficiente la spiegazione ben nota che è possibile realizzare meglio il comunismo sotto il profilo libertario, se così fosse stato in un intero secolo lo si sarebbe fatto; non mi pare possibile, credo siano gli stessi principi del comunismo che portino inevitabilmente ad anima liberticida. Non vi è la fondamentale considerazione dell’estremo valore della diversità umana. Valore anche economico , gli individui , i singoli esseri umani non sono, o almeno non sempre , pedine intercambiabili. Anche l’essere anticapitalisti sempre e comunque mi pare un errore. Dal discorso mi sembra di capire che tu interpreti l’essere anticapitilisti come l’unico modo di essere rivoluzionari ( infatti contrapponi il termine con quello riformista , ma il “gegenteil” di Riformista è “rivoluzionario” non certo comunista o anticapitalista! Personalmente credo che questo mondo sempre più piccolo , con meno risorse e con meno “spazio di espansione” per la specie umana abbia bisogno di una o più rivoluzioni , la prima dovrebbe essere una rivoluzione pragmatica, qui si tratta di usare in modo efficiente e giusto le poche risorse a disposizione, in un modno dove i modelli economici del 800 e 900 ( Marx compreso ) non funzionano e non possono funzionare. Non ci si può permettere ne di non essere giusti ne di non essere efficienti , per questo sia il capitalismo che il comunismo hanno fallito. i principi isiratori dovrebbero essere la “pari dignità” ( e non l’uguaglianza ) degli esseri umani ed il “rispetto per le future generazioni” , concetto quest’ultimo praticamente ignoto al genere umano. In una chiave del genere si può essere anticapitalista in tutte quelle volte dove il capitalismo è antitetico agli interessi collettivi , ma perchè esserlo sempre? che c’è di male se qualche essere umano più intraprendente degli altri ( la diversità ) rischia del suo su un terreno neutro o favorevole alla collettività? Che problema c’è ad esempio se una persona cerca modi di produrre su larga scala e rendere accessibili i pannelli solari? E’ chiaro che qualcuno lo fa solo se poi può sperare di goderne i vantaggi un pochettino più degli altri , ma in un limite ragionevole a me sembra utile e neanche tanto ingiusto.

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    • aldogiannuli

      aldogiannuli

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      roppa carne al fuoco per rispondere a tutto. Mi limito ad una osservazione: ma da cosa deduciamo che il comunismo sottovaluti o ritenga dannosa la variabilità individuale degli esseri umani. A me non pare che le cose stiano cosi se penso ad autori come Gramsci o la Luxemburg.
      Dopo di che sono convinto che ideologiem del 900 non abbiano dato buona prova di sè ed occorra ripensare alla stessa forma dell’ideologia (a proposito: Marx usa il termine in senso non certo positivo) mentre non sono affatto convinto che la soluzione stia in un approccio tutto empirico.
      Ultima osservazione: come mai quando si tratta del comunismo tutti osservano che le sue realizzazioni storiche hanno prodotto,invariabilmente regimi oppressivi (il che è vero) mentre quando si tratta dekl capitalismo non si nota che la sua esperienza storica riproduca con uguale invarianza crisi devastanti, diseguaglianze insopportabili e, non di rado, regimi ancora più dispotici e guerre? Possiamo trovare un metro uguale per misurare tutto?

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  • Luca Iozzino

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    Ah Aldo sul Capitalismo come sistema sono d’accordo con te , pienamente. però guardo ai sistemi dei paesi nord europei e credo che un sistema economico misto potrebbe portare i maggiori benefici. Non parlo solo da un punto di vista empirico ma anche etico. Anzi forse ci vorrebbe anche una nuova religione con valori completamente opposti a tutte le religioni esistenti ( ad esempio che non consideri la procreazione un valore necessariamente positivo , in 7 miliardi siamo già tantini ). Purtroppo però essendo io agnostico non credo di potermi infilare nei panni del profeta… , ma sarebbe davvero utile una religione del genere se qualcuno riuscisse a convincere qualche miliardo di fratelli a comportarsi in modo sostenibile… Alla fine anche le vecchie religioni a suo tempo hanno avuto ruoli storici, ma ormai sono superate.

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  • rosario

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    Bellissimo articolo e anche professione di fede: io, repubblicano mi sento proprio come si sentirebbe Ugo La Malfa, siamo stati superati ideologicamente (anche se i valori mazziniani per me oggi sono molto attuali). Per dichiarare quindi una mia forma di fede ( io che leggo il Manifesto e il Fatto) dirò che sono profondamente anticapitalista. Questo non per dichiarare una teoria politica o economica ben definita, ma solo per liberare il terreno da una enorme e ingombrante scoria tossica della società ( e delle risorse del pianeta)fonte di sofferenze e di conflitti. Tolto questo strato tosssico penso che allora potrebbero riaffiorare o nascere nuove teorie politiche (anche radicali o liberali, perchè no) alternative al marxismo ma comunque basate sulla giustizia sociale. E questo è il mio contributo al dibattito.

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  • Nicola Mosti

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    E’ certo che il capitalismo abbia prodotto molteplici regimi oppressivi. Tuttavia, io credo che alla gente manchi la percezione di questo dato di fatto, perché – almeno fintantoché è stato possibile – lo sviluppo del capitalismo è stato realizzato a spese di altre nazioni, ovvero si è alimentato delle risorse naturali dei paesi meno progrediti.
    In questo modo, nei paesi industrializzati, il capitalismo ha assicurato la diffusione di un certo grado di benessere, ovvero l’arricchimento del ceto medio ed il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato (cosa che, io credo, sia stata alla base dello smorzarsi della spinta propulsiva dei movimenti di protesta degli anni di piombo, più di quanto abbia fatto la repressione poliziesca).
    D’altro canto, nella sua fase “terminale”, la concentrazione del capitale (e questo sì, dobbiamo ammetterlo, era stato previsto da Marx) assume proporzioni tali da rendere insufficiente il drenaggio delle risorse dai paesi in via di sviluppo e dal terzo mondo, sicché il capitalismo inizia a mostrare il suo vero volto anche in patria, “onore” che fino ad ora ci era risparmiato, perché riservato ad altri fortunati. Ebbene, alla gente manca questa consapevolezza, perché di fatto ne ha avuto scarsa esperienza, almeno sino ai giorni nostri. In effetti, in questo sciagurato scorcio storico stiamo appunto assistendo all'”implosione” del capitalismo ed alla progressiva erosione dei diritti acquisiti. In un tale contesto, è allora possibile che alla fine si formi una Coscienza di Classe (la quale non credo sia esclusiva del Comunismo).

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  • giandavide

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    comunque leggendo qua sotto sono sempre più convinto di avre ragione (ma guarda un pò): molte persone confondono lenin e marx (quando non stalin e marx) e intercambiano i termini come se significassero la stessa cosa. e quindi tutti a parlare di socialismo reale spacciandolo per marxismo, sebbene le affinità tra le due cose sono scarse, quando non si tratta proprio di cose antitetiche. e questo è un problema evidente, se aldo si deve trovare a puntualizzare cose evidentemente imputabili al vocabolario di alcuni lettori, che evidentemente manca di un grado di distinzione sufficiente tra i termini legati a marx, e che impedisce ai lettori di capirci qualcosa di più di una mazza. ho notato spesso peraltro che la reticenza a sbarazzarsi degli stalinisti e dei leninisti è spesso dovuta alla necessità materiale di tenersi in buoni rapporti con la parte più di destra dei movimenti di sinistra. su questo non posso sindacare, ma devo dire che questi buoni rapporti con gli stalinisti sono stati pagati abbastanza cari dalla sinistra in italia, sono stati pagati con una babele concettuale che spesso rende questi dialoghi una conversazione tra sordi e la maggiorparte degli italiani che crede che il socialismo reale e la repressione individuale sia l’obiettivo dei comunisti.

    ah, comunque riguardo a calise era solo una delle mie sterili provocazioni

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  • Nicola Mosti

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    A Giandavide:

    Stalin & Marx (come tu giustamente dici) occupano posizioni decisamente non sovrapponibili). Tuttavia dissento per quanto riguarda Lenin & Marx, perchè il marxismo-leninismo non è affatto un fantasioso accostamento di termini, bensì una riconosciuta ideologia alla quale, storicamente, sia a livello nazionale che internazionale, a ragione od a torto, si sono ispirati molti movimenti politici.

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  • Francesco Acanfora

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    A me vengono invece in mente alcune questioni di breve termine. Per esempio:
    1) devo votare alle europee? per eleggere uno del PD che manco appartiene al gruppo socialista? o per identificarmi nelle linche che manco capisco che cosa vogliono e a che servono?
    2) devo votare per vendola che garantisce una pronta stampella a qualunque “errore” dei simpatici compagni “socialdemocratici di catacomba” come d’alema e associati? l’ho fatto gia’ due volte e mi sto ancora mangiando le balle;
    3) devo votare per rifondazione che non e’ manco capace di fare una pagina web, figuriamoci dirigere un grande paese industriale?
    4) devo sentirmi intrappolato in un processo identitario tipo quello del “riformista” o del “manifesto”, che covano la loro storia dei bei tempi antichi come una bella minestrina calda per le lunghe serate invernali, io nel 1957, tu nel settembre 1971, entrambi in braghe di tela ruvida oggi, gli dai la carita’, non si nega a nessuno, ma insomma, ascoltiamo con rispetto le lamentele dei loro acciacchi, ma identificarsi, e chi se la sente..

    Vediamo invece gli aspetti piu’ generali. Di comunista c’e’ rimasto Fidel, che riceve forse l’estremo commiato direttamente da Sua Santita’, e ci sono i comunisti coreani, vietnamiti, e cinesi. Ne vogliamo parlare? I coreani lasciamoli perdere nel dettaglio per non turbare troppo i giovani lettori. Gli altri due fanno parte integrante del sistema dell’ipercapitalismo, con aspetti disgustosi come la pena di morte, amministrata con dovizia medioevale, la deportazione coatta di massa dei contadini, i riti mandarini di taglio della testa dei rivali per le cariche importanti, che Aldo descrive con tanti interessanti particolari, la vita massacrante degli operai che producono beni a salari che non giungono mai alla sussistenza individuale, come nei racconti di Marx della prima rivoluzione industriale?

    Sono sicuro che Aldo non ha in testa nessun riferimento a questi mostri. La sua linea e’ quella della rivendicazione della liberta’ dell’uomo nella forma specifica elaborata dalla rivoluzione francese e poi dalla critica di Marx alla sua insufficienza, e’ una forma di pensiero politico elaborata per caso storico in Europa, ma di valenza che non si puo’ non vedere nella sua universalita’. Non e’ identitario sentirsi parte di questa tradizione, risponde semmai al bisogno umano di crescita al di la’ della propria angustia. Solo, trovo che ridurre cio’ a sostegno di cio’ che e’ insostenibile rischi di essere totalmente irreale. La sinistra europea sembra essere giunta a un punto di dissoluzione senza ritorno.

    Il rimescolamento di carte sara’ grande, e io, senza rinnegare la mia gioventu’ anarchica alla Cafiero, e affermandomi ancora con fierezza comunista libertario, mi sento sempre meno disposto a scambiare questa linea di pensiero con la filiera discendente che va da Berlinguer a Napolitano e da Nenni a Cicchitto. Ah, qualcuno sobbalza su quest’ultimo nome? Beh, tutto il realismo dei realisti, ma a un certo punto occorre fermarsi e dire NO.

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  • lorenzo

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    Caro Aldo, permettimi di dissentire su un punto: non è affatto vero che gli anarchici hanno abbandonato la critica al capitalismo in quanto tale. Ad esempio gli anarco-capitalisti russi sono stati espulsi da un’internazionale anarchica a cui aderivano prima di virare su posizioni di stampo libertarianiste. Gli anarchici, di tutte le correnti, malatestiani, piattaformisti, individualisti, sono accaniti critici del capitalismo come dello stato. Basta leggersi la stampa anarchica, sia italiana che internazionale, che sono certo che tu conosca bene. E almeno un’occasione hai partecipato a dibattiti presso circoli anarchici e di anarchici ne conosci.
    E neanche si può dire che gli anarchici siano assenti dalle lotte anticapitaliste: anche in questo caso basta leggersi la stampa anarchica per avere conferma del contrario. Oppure basterebbe vedere cosa sta succedendo in Grecia, con un movimento anarchico, con tutti i suoi limiti, in pieno fermento, che si scontra sia con gli apparati repressivi di stato e capitale che con i partiti di osservanza stalinista come il KKE e rispettive “cinghie di trasmissione” (il sindacato PAME).

    saluti e buone cose
    un anarchico

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  • Maurizio Melandri

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    Condivido quasi del tutto l’articolo.
    Quasi del tutto perché

    1) io sono comunista in quanto continuo a lottare per una società migliore di questa

    2) non sono così convinto che da questa crisi si possa uscire (quando succederà) con una società che abbia la stessa struttura di questa. Il mondo così come lo conosciamo, per me, è morto e noi stiamo solo assistendo all’agonia.

    Per questi motivi e per altri (mi mancherebbe lo spazio per esporli tutti) continuo a pensare che o si va verso il comunismo o verso la barbarie.

    Per ora andiamo a grandi passi verso la seconda opzione, ma fino a quando non termina il processo iniziato con la crisi finanziaria tutto può succedere (o almeno lo spero)

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  • ugoagnoletto

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    nel capitalismo prevale la logica dell’io e dell’accumulo, nel comunismo (come dice il nome) la logica del noi. E questo non è poco. E poi, in soldoni, il fatto che uno ragioni soprattutto in base ai soldi che ha in tasca, anche questo è troppo vero, vedi mister Monti. Il capitalismo accetta tutto, anche le religioni, ma MAI il comunismo, perché oggi il comunismo (con l’anarchia) è l’unico movimento che può fermare il capitalismo.

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  • massimo giordano

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    Ciao Aldo, ti leggo da qualche mese ma fino ad ora non avevo mai commentato i tuoi post. Trovo molto comdivisibile quest’ultimo, chi ti scrive viene da una militanza verde come anarco-ecologista sociale alla Murray Bookchin e ha sempre considerato il marxismo come strumento d’analisi della società capitalista…vengo al dunque: scrivi “…e persino l’ex componente trotskijsta di Ridondazione, Sinistra Critica, evita di definirsi tale, non usa la falce e martello ed usa bandiere viola che suonano come una presa di distanza da quella tradizione (forse solo un accorgimento tattico)” questo passaggio mi sembra un po’ superficiale e non veritiero, nel logo di SC c’è la parola comunista oltre che ecologista e femmnista e nelle manifestazioni ci sono bandiere rosse e viola con la stella… che non ci sia la falce e martello sulle bandiere mi pare più che altro un distacco dal comunismo novecentesco senza però buttare il bambino con l’acqua sporca!
    Con stima MG

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  • fabio cuzzola

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    con la preoccupazione di questi giorni, vista l’uscita della “fiction” su Piazza Fontana targata Cucchiarelli-Giordana, ti rispondo brevemente.
    Tutta una nobile tradizione è stata purtroppo cancellata in breve tempo, diciamo dalla caduta del muro di berlino, con essa è sparita la capacità di mobilitazione e la militanza come stile di vita che ha caratterizzato l’essere di sinistra per un secolo.
    Detto questo, mi sembra che i partiti abbiano perso la loro funzione sociale, ammesso che l’abbiano mai avuta, forse agli inizi del ‘900.
    Dissento invece sul movimento anarchico; non conosco gli anarco-capitalisti, ma da Seattle in poi in piazza in prima linea in tutto il mondo c’è un forte movimento libertario.
    Mi permetto in tal senso di suggerire a tutti, io purtroppo l’ho scoperto tardi, la lettura del libro: Gramsci è morto. di R. Day Eleuthera edizioni.
    Grazie.

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  • Massimo Copetti

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    Ritengo che il comunismo racchiuda in sè le tare del capitalismo, del quale secondo me rappresenta solo una variante. Il discorso sulla libertà mi interessa solo marginalemtne (anche perchè bisogna vedere cosa si intende per libertà) e dico subito che sarei il primo ad abolire la proprietà privata se ne avessi la possibilità. Allo stesso modo non vedo oggi altrenative alla pianificazione economica.
    Il problema secondo me sta nella categoria di progresso, che accomuna comunismo e capitalismo. Entrambi (il primo in chiave collettivistica, il secondo in chiave individualistica) esprimono la convinzione para-religiosa che si debba sempre correre in avanti, crescere, produrre, consumare all’infinito. In base a questo criterio, l’industrializzare della Russia staliniana e la costruzione della Tav in Val Susa rispondono alla stessa logica. Quella cioè che ci porta ad essere già in troppi sul pianeta, a non considerare le effettive risorse disponibili, perchè accecati dalla fede messianica in un futuro di pace e prosperità eterna. Questo provoca un approccio meccanicistico alla storia: passato alcuni comunisti nostrani esultavano davanti all’occupazione coloniale dei paesi arretrati perchè convinti che questo avrebbe accelerato l’avvento del comunismo in quei paesi. Associare sempre il futuro alla luce e il passato al buio a mio parere è una deformazione di cui siamo tutti vittime (colpa di Hegel), a destra come a sinistra. Da questo punto di vista abbiamo bisogno di rielaborare i termini di progresso, reazione, conservazione, magari sostutirli, in ogni caso liberarli dalle gabbie dei giudizi di valore in cui sono rinchiusi.
    Dall’altra parte la stessa categoria di materialismo va messa secondo me in discussione. I giovani operai delle mie parti oggi hanno la macchina con i neon colorati, i vestiti firmati e giocano alla Playstation. Passano i fine settimana nelle discoteche e nei pub devastandosi nel fisico e nella psiche, quando votano lo fanno per la Lega Nord. Hanno un tenore di vita nettamente superiore rispetto a quello dei loro colleghi di trent’anni fa, ma siamo sicuri che questo miglioramento economico sia stato accompagnato ad uno antropologico? Non sto certo a fare della miseria in stile cattolico, anzi, tuttavia non sono così certo che il benessere economico sia l’unico parametro di valutazione della qualità della vita. Comunismo e capitalismo a mio parere non capiscono che non è la sola ricchezza e lo sviluppo teconologico a rendere felici e sapienti. Altrimenti, nei paesi ricchi non dovrebbero esistere suicidi e malattie da stress, e allo stesso modo gli antichi greci e romani sarebbero stati degli zoticoni miserabili perchè non avevano scoperto il sistema industriale e tecnologicamente erano arretrati.
    L’analisi del capitalismo di Marx è ineccepibile, anzi forse oggi è ancora più attuale di quando è stata scritta. Di questo sono assolutamante convinto. Del pensiero marxiano ritengo invece piuttosto debole la parte costruttiva, perchè troppo legata al capitalismo dal cordone ombelicale materialistico-progressista. E la sua matrice globalista non rappresenta certo un’antidoto alla distruzione dei popoli, delle culture, delle società e dell’ambiente che il capitalismo ha attuato nella sua storia, a partire dagli indiani d’America per finire con gli Indios in Amazzonia.
    Con i comunisti sono d’accordo sul fatto che questo non è il migliore dei mondi possibili, e che l’elaborazione di un’alternativa di società sia quantomai urgente. Un’alternativa che non ho preconfezionata in tasca, ma che deve essere un’alternativa di tipo radicalmente diverso, non la semplice variante statalista di questa barbarie.

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  • Oreste

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    Che Occupy abbia avuto un anarchico tra gli ispiratori (immagino si intenda David Graeber) non significa che il movimento si debba porre in seno anti capitalista, considerata l’eterogeneità del movimento. Come ho criticato ad un amico, che muoveva la critica sulla funzione meramente riformista del movimento Occupy, facevo notare che si sta parlando di cambiamenti di lungo periodo che, a mio parere, andranno considerati nella lunga durata. Oggi il movimento, nella sua eteogeneità non è anticapitalista, ma l’impostazione (questa si più anarchica) delle assemble settimanali, del rifiuto di un leaderismo e delle decisioni assembleari, mi sembra un buon sintomo. Detto ciò viene citato il famoso Chomsky (che apprezzo moltissimo, ma che viene criticato dagli stessi anarchici, appoggiando apertamente Chavez) ma non si cita MIchael ALbert, dell’economia partecipativa o Todd May e altri tanti autori contemproanei. Tuttavia è certo che il movimento sia frantumato ormai da anni e che alcune correnti come l’anarco cpaitalismo di Rothbard, ben incarnato nel sito lewrockwell.com, rendono il movimento ambiguo. Va detto però che ridurre il movimento ad unica via è impossibile e quindi bisogna considerare le correnti maggioritarie, individualismo e comunismo. L’anarco comunismo è esplicitamente anti-capitalista. Sull’anarchismo contemporaneo c’è un interessante pubblicazione dal tiolo “contemporary anarchist studies”

    Reply

  • Andrea T

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    Caro Prof Giannuli,

    Intanto, senza aggiungere del superfluo, la ringrazio per la sua replica estesa.

    Dopodiché, a scanso di equivoci, vorrei riaffermare con forza la mia identità, che più volte su questo blog ho definito “marxista”.

    1°) Il termine “comunista”.

    Come avrà notato, mi tengo a debita distanza dal termine “comunista”. Per almeno 3 buone ragioni, tra loro collegate ed esponibili cronologicamente:

    1 – Il “leninismo” ha interpretato il marxismo con una concezione del partito secondo logica di natura gerarchica (paramilitare, per certi versi) e non prevede alcun “controllo e bilanciamento”, necessario per assicurare una dialettica dal basso che non è solo un lusso ma, secondo me, nel lungo periodo è persino essenziale per il fisiologico ricambio dei dirigenti e la legittimazione dell’organizzazione stessa.

    2 – Quando il partito si è fatto Stato, prendendo il potere, ha traslato interamente questa concezione sull’organizzazione statuale istaurando una dittatura, con risultati ancora peggiori e più delegittimanti. Dal momento che, se questo tipo di equilibrio può essere fastidioso (con un eufemismo) e insalubre per dei militanti che aderiscono ad un’organizzazione su base volontaria, a maggior ragione lo è per dei cittadini che devono subire, in silenzio, una nuova classe dominante (di “rivoluzionari di professione”).
    Se poi aggiungiamo che, prima o poi, in assenza di meccanismi di controllo e bilanciamento, capita al vertice il megalomane (Stalin) che impone il culto della propria personalità e istaura un clima di terrore, ecco che si concretizza il peggiore incubo per ogni sincero amante della libertà. Magari comunista convinto, come Trozky, raggiunto fino in messico dalla longa manus di un potere barbaro (senza mezzi termini).

    A questo punto si potrebbe obiettare: ma il comunismo sovietico (e, soprattutto quello staliniano) non rappresenta e non può rappresentare tutti coloro che si definiscono comunisti. Concesso!

    3- Ma è stato per più di mezzo secolo un potere monumentale sul piano globale, modello di riferimento e perno della “terza internazionale” (alla quale anche il PCI aderiva, vale a dire, di fatto era prono ai sovietici) ed ha tradito milioni di persone ai quali aveva fatto credere sinceramente che esistesse il “paradiso della classe operaia” oltre cortina.
    Queste sono ferite nell’inconscio collettivo che non si rimarginano facilmente. E a mio avvio il comunismo ha cominciato il suo inarrestabile collasso negli anni settanta, quando l’effetto shock per lo smascheramento degli orrori dello stalinismo di fronte a tutta la comunità internazionale è stato elaborato. Peggio di qualsiasi “azione psicologica” degli apparati di sicurezza nato per mantenere gli equilibri politici lontani dal “frutto proibito” (a buon intenditore).
    Il vero padre politico della Tatcher e di Reagan, bracci politici del nascente turbo capitalismo finanziario, é Brezniev e il suo fatiscente sistema di squallidi funzionari corrotti post staliniani, un sistema al quale ormai non credeva più nessuno, nemmeno loro.

    Io capisco che ci siano delle persone che sentono ancora l’orgoglio di definirsi “comunisti”, ma il dato di fatto è che, dopo questo fallimento epocale (per il quale, ovviamente, loro non sono responsabili) e la propaganda sfrenata che per decenni di vi è stata ricamata sopra – alla voce “comunismo” – dai cantori del neoliberimo, la gente comune trattiene un conato di vomito appena anche solo sente quella parola. Mi viene in mente il protagonista del film “arancia meccanica” dopo il lavaggio del cervello. Questa parola usata e abusata come una vecchia maglietta sbiadita che ormai, oserei dire, nell’immaginario comune ha acquisito un’accezione spregiativa.

    A volte bisogna avere il coraggio di abbandonare i feticci per non finire chiusi nelle riserve come i pelle rossa. E’ una questione puramente psicologica, se si vuole. Ma non è poco! In un sistema democratico dove si accetta il principio che un voto vale una testa, la battaglia politica si gioca anche nella psiche degli elettori.
    Si pensi solo a come è stata gestita la transizione di potere da Berlusconi a Monti, il quale è stato accolto a furor di popolo e sta riuscendo là dove Berlusconi aveva fallito (riforma delle pensioni in 3 giorni e distruzione art. 18 senza contropartite). Manipolazione del consenso politico da manuale (a mezzo stampa, mai come in questo caso: nemmeno Berlusconi, proprietario di televisioni e di giornali, ha fatto il suo ingresso al governo accompagnato da una tale fanfara di consenso totalizzante dei media)

    P.s. Per essere dei convinti massoni non è necessario andare in giro a gridarlo ai quattro venti. Anzi, probabilmente, tenendo conto della considerazione che la gente comune ha della massoneria, sarebbe controproducente. Non so se è chiaro.

    Continua…

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  • Massimo

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    Aldo, ti dico solo questo:
    dopo annni (ma che dico, decenni) di sonno, mi hai fatto tornare non dico la passione (esagererei), ma almeno la voglia di interessarmi di politica.
    Non fa bene al mio fegato, ma ti ringrazio lo stesso.

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  • Andrea T

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    Segue…

    2) Marxismo e organizzazione politica: a) funzione analitica e “didattica”.

    “Il marxismo ha fornito una critica radicale del capitalismo che ancora oggi è insuperata … la critica marxista del capitalismo è centrata proprio sulla inevitabilità delle sue crisi ed, in definitiva, sui limiti alla funzionalità di quel sistema. E oggi anche autorevoli economisti liberali riconoscono che con Marx non abbiamo ancora finito di fare i conti.” Cito e sottoscrivo.

    Però bisogna aggiungere una necessaria premessa.
    Il capitalismo odierno è molto più sofisticato ed evoluto di quello analizzato da Marx. Analizzare i rapporti di produzione contemporanei con gli strumenti marxiani è utile se, e solo se, fatto “cum grano salis”. Certe analisi fatte coi paraocchi da alcuni “comunisti” (non è chiaramente il suo caso, anzi) non aiutano per niente a fare chiarezza e ad impostare un’azione politica efficace. Per essere chiari, sarebbe più o meno come pretendere di analizzare la tecnologia contemporanea con lo schema della macchina a vapore.
    Cercare di comprendere nel dettaglio i meccanismi e le logiche (non di cattiveria, ma di interesse) che ispirano l’agire della classe dominante oggi è esercizio imprescindibile. Molti “comunisti” contemporanei, al contrario, si tengono a dovuta distanza, liquidando in blocco il sistema con le stesse logiche “padrone-proletario” dell’impresa dell’ottocento. E per questo non sono credibili, prima di tutto, forse, con se stessi. Ripeto, questo non è il suo caso.

    Detto questo, sottolineo che, cosi come secondo me il bolscevismo (ma anche il maoismo) aveva in nuce gli elementi che alla lunga avrebbero portato al suo fallimento come sistema statuale e alla sua degenerazione e screditamento, secondo la mia interpretazione di Marx anche il capitalismo ha in nuce gli elementi che porteranno al suo collasso. La “legge della caduta del saggio di profitto” è essenzialmente esemplificativa di questo difetto strutturale. Il continuo susseguirsi di fasi di accumulazione e distruzione di capitale, alla fine di ogni ciclo riduce la classe dominante e la distanzia ulteriormente dal resto dell’umanità – 7000 volte il reddito della classe media – per cui si arriverà naturalmente al punto di rottura, in cui questa sarà incapace di conservare la realtà dei rapporti di produzione che la vedono in posizione dominante.

    E’ solo una questione di tempo. Quindi il compito attuale, correttamente inteso, di un’organizzazione che si propone di “accelerare” il collasso politico dello stato borghese (necessariamente seguente al collasso economico, cioè al raggiungimento di uno squilibrio insostenibile) dovrebbe essere quello di preparare il terreno. Con un’azione politica, non soltanto – formalmente – compatibile con le libertà dell’ordinamento liberaldemocratico e quindi esplicabile alla luce del sole e senza necessità di ricorrere a forme spregevoli di gerarchia e prevaricazione o soffocamento del dibattito, ma anche non violenta.

    L’azione politica, nell’ immediato, dovrebbe essere anzitutto rivolta alla classe subordinata, non alla presa delle istituzioni (secondo i dettami del marxismo-leninismo). Una funzione, se vogliamo, informativa e didattica: la promozione di una maggiore consapevolezza che possa aumentare la pressione verso il naturale disfacimento dell’attuale status quo.

    Continua…

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  • Andrea T

    |

    …Segue

    3) Marxismo e organizzazione politica: b) funzione di elaborazione di una dottrina economica e di una dottrina della Stato e del diritto.

    Io credo che, in questo momento storico, potremmo trovarci non troppo lontani dal collasso della classe dominante e relative sovrastrutture. Ma il problema è anche che l’evoluzione innescata da questo cedimento è tutt’altro che scontata. Quindi è necessario anche iniziare – fin da subito – un dibattito per elaborare una nuova dottrina da proporre e propagandare al fianco dell’analisi sull’attualità materiale dei rapporti di forza.
    Una dottrina economica e una dottrina dello Stato e del diritto.
    Per ridare dignità, e vita, al pensiero marxista è necessario fare un passo indietro (anche due, se è il caso). Dribblare accuratamente le dottrine marxiste del novecento e smontare alcune equazioni che oggi sono state impiantate, propagandisticamente, con successo nell’immaginario comune (anche dei soggetti di sinistra, si badi bene) sfruttando soprattutto i punti deboli del modello sovietico di socialismo reale.

    Anzitutto, secondo me con “superamento del capitalismo” non si dovrebbe intendere “abbattimento” per affermare un modello radicalmente antitetico ma, secondo me, questo termine implica piuttosto una nuova sintesi (peraltro, sottolineo come questa linea di ragionamento sia coerente con la dialettica, hegeliana, messa sui piedi e utilizzata efficacemente da Marx).
    Tesi e antitesi andrebbero piuttosto individuate nel (attuale) contesto del sistema capitalistico di produzione, negli interessi materiali contrapposti delle classi sociali che sono all’origine del conflitto di classe (quindi sono strumenti della fase analitica).
    Con questo intendo dire che non tutte le sovrastrutture caratterizzanti l’attuale sistema sono da buttar via. Alcune dovrebbero essere soltanto “ristrutturate”. Altre potrebbero essere lasciate intatte.

    Capitalismo e Mercato. Vladimiro Giacchè, nel suo volume “Il capitalismo e la crisi” (pag. 10), sottolinea argutamente come gli ideologi neoliberisti abbiano costruito l’identità capitalismo = mercato, giocando sull’ambiguità dell’ultimo termine. E cita Galbraith – economista americano – che affermava: “ Il riferimento al mercato come alternativa benevola al capitalismo è un operazione cosmetica […] destinata a coprire una scomoda realtà […] nessuno domina il mercato […] c’è solo l’impersonalità del mercato.” E, ancora, nessun“ riferimento a coloro che esercitavano il potere economico e di conseguenza politico”.
    Dunque è bene, secondo me, cominciare a distinguere il meccanismo allocativo dei beni e servizi – mercato – dalla sovrastruttura, il sistema giuridico che assegna la titolarità dei diritti di proprietà privata dei mezzi di produzione (il capitale), e dalla struttura – il sistema capitalistico – che si regge su una insensata, incessante e intrinsecamente instabile accumulazione continua di risorse da parte di chi ha più risorse.
    Questo serve a stabilire due corollari.
    1 – Il mercato è un meccanismo allocativo molto efficace in alcuni settori e per alcune tipologie di beni e servizi. Non in ogni caso (si veda ad esempio la “teoria dei beni pubblici”). Comunque non è il problema in se.
    2 – Il problema sono gli assetti proprietari. Nemmeno l’istituto della proprietà privata in quanto tale (altro equivoco secondo me volutamente incoraggiato) ma la proprietà dei “mezzi di produzione”. Oggi il “mezzo di produzione”, nella società del turbo capitalismo finanziario e delle cartolarizzazioni che consentono di entrare e uscire da un investimento (magari dall’altra parte del mondo) nel giro di pochi secondi, è il puro e semplice capitale monetario in eccesso. Cui – drenando risorse, come una sanguisuga, dall’economia reale – deve essere garantito un rendimento folle al 15 20 % (magari licenziando lavoratori che sono sostituibili con dei macchinari) e che consente di esercitare potere (diritti amministrati) sulle organizzazioni economiche strategiche (ad esempio quelle del settore petrolifero, o tecnologico) gestite in regime di monopoli naturale o legale, magari dietro lo schermo di altre società ed entità (finzioni giuridiche e sovrastrutture esistenti a questo scopo).
    E’ quì che bisognerebbe intervenire, secondo me, con una fiscalità rigorosa (soprattutto sul patrimonio) e fortemente progressiva – in qualche modo armonizzata al livello globale – che riesca nel lungo periodo a riequilibrare i rapporti di forza tra individui sulla linea di partenza, senza mortificare il merito e ridurre ogni incentivo.

    Marxismo e Libertà. Altro dogma, sapientemente costruito, è che il marxismo sia incompatibile con la libertà. Se ben ricordo, nel Manifesto, Marx critica le libertà borghesi fondamentalmente perché, sebbene formalmente garantite a tutti, sono godibili solo da chi ha le risorse economiche per potersele permettere (il borghese): vale a dire non dovendo passare buona parte della giornata alienato e ridotto ad ingranaggio di un macchinario, “svendendo” la propria forza lavoro per guadagnare quanto necessario alla propria sopravvivenza.
    Ciò non implica che, se ci fossero dei meccanismi di riequilibrio fiscale che garantissero occupazione, adeguata retribuzione, e tempo libero per realizzare le persone, (magari senza l’intervento diretto dello stato nei settori dove è opportuna, ed esiste, una concorrenza tra privati) non si potrebbe godere tutti delle libertà civili che hanno trovato consacrazione nel “costituzionalismo liberale”: inviolabilità personale e domiciliare, libertà di associazione, di manifestazione del pensiero, di stampa, di religione ecc, ecc. E anche – si badi bene – la libertà di iniziativa economica, purché sia socialmente responsabile (la Costituzione italiana è, per molti versi, un modello).
    Noi italiani disponiamo anche di un altro strumento preziosissimo, che ancora oggi – forse non a caso – pare essere passato inosservato all’estero, soprattutto nella cultura anglosassone: la distinzione tra liberalismo e liberismo. Secondo me fondamentale per orientarsi.

    Marxismo e Democrazia . Infine, fermo restando quanto detto sulla concezione leninista monolitica del partito e dello Stato, non si capisce perché il marxismo, che si propone di fare gli interessi della netta maggioranza degli individui, dovrebbe essere per principio incompatibile con la democrazia, intesa come libera competizione elettorale.
    Certo, la democrazia non è soltanto votare per scegliere rappresentanti e governanti. E’ anche un sistema di controlli e bilanciamenti (“check &bilances”) che assicurano il governo della maggioranza (nel rispetto delle libertà fondamentali della minoranza) ma anche l’indipendenza di altri poteri dello e la stessa legittimazione dello Stato. Ma se c’è suffragio universale (ricordo che ai tempi di Marx si votava ancora per censo, quando si votava), l’opinione pubblica è correttamente informata, e il parlamento è sovrano per scrivere le regole del gioco – nel rispetto delle procedure – io non vedo quale dovrebbe essere la contraddizione tra questa forma di stato e la dottrina marxista.

    p.s. chiedo scusa per essermi dilungato così tanto. Nel prossimo commento – l’ultimo, prometto – mi esprimerò sulla questione dei c.d. “riformisti”. Spero di non esser stato troppo noioso.

    Continua…

    Reply

  • Francesco Gironda

    |

    Caro Aldo, dire che sei comunista “perchè in assenza di un polo radicale, anche il riformismo perde senso” mi sembra una divertente bizzaria logica. E’ come dire che la dialettica per realizzarsi deve sempre avere una tesi che deve essere sempra la negazione della antitesi e che la sintesi possa nascere dalconflitto tra due incomunicabilità.
    L’osservazione ci porta iinfatti a rilevare che là dove non esiste un comun denominatore a premessa, non esista alcuna sintesi, ma la progressiva erosione e quindi la paralisi tra due contendenti costtretti di fatto alla inazione senza sbocco o alla lotta per l’annientamento fisico, morale, dell’antagonista, di cui si spera anche la scomparsa della memoria storica.

    Dopo un’era storica in cui il comunismo non è riuscito per un solo momento a produrre un modello funzionante ed accettabile di società
    capace di assicurare progresso e libertà, solo l’elaborazione di un nuovo pensiero comunista potrebbe dare senso alla tua dichiarazione.
    Ed io che da liberale in questa stagione, non stò proprio benissimo, devo perà dire che anche tu mi sembri un poco in difficoltà
    Con amicizia

    Reply

  • Andrea T

    |

    …Segue

    4) L’”internalizzazione” del dissenso e i “Riformisti”: una lezione da imparare per la sinistra.

    Nella normativa europea in materia di servizi finanziari – che in questi giorni ho letto più volte per ragioni di studio – c’è una formulazione linguistica che continua a ronzarmi in testa e che mi stuzzica. Non posso resistere alla tentazione di prenderla in prestito per definire la parabola dei partiti del socialismo europeo (includendo, con più di qualche forzatura, il PD) negli ultimi cinquant’anni:“Internalizzazione Sistematica”

    Mi ricollego ancora una volta al primo commento . Il c.d. “centralismo democratico” (definito così, con involontaria vena di black humor), inteso in senso troppo rigoroso, è stato spesso un pretesto per “esternalizzare sistematicamente” il dissenso. In alcuni casi (come sotto Stalin) adoperando proprio l’epurazione fisica degli oppositori interni (o presunti tali). Questa è diventata, in qualche modo, una tradizione di famiglia di tutta la sinistra, data l’importanza oggettiva che il bolscevismo ha avuto, almeno nella prima metà del novecento. Celebre la frase di Nenni – prima citata da un partecipante al dibattito – “c’e sempre uno più puro che ti epura”.
    Al contrario, nei costumi antropologici della classe borghese è molto radicata la cultura del mettersi d’accordo con chi ha un potere contrattuale – il “gentlemen’s agreement” – tipica del venditore. Della composizione di interessi, dell’incentivo, della seduzione o, se vogliamo vederla così, della corruzione (magari intesa soltanto in senso lato, nel rispetto formale delle regole). Paradossalmente accanto a quella della competizione. Forse per comprendere appieno questa apparente contraddizione bisogna aver familiarità con la cultura anglosassone (sportività e rispetto, purché il confronto sia reputato degno).

    Un’altra situazione tipica di “esternalizzazione” del dissenso ricorrente a sinistra, questa volta dal punto di vista della minoranza, è sempre stata la “scissione”. Solitamente alla sinistra dell’organizzazione scissa, ma non solo (celebre è la “scissione di palazzo Barberini” dei socialisti).

    La combinazione di queste tendenze, ha sempre reso il terreno del confronto interno, nei partiti di sinistra, delicato e sdrucciolevole, provocando tradizionalmente una grave ingessatura. Il che non favorisce il ricircolo di idee e – per quello che ci interessa in questa sede – delle persone al vertice.
    Proprio nelle organizzazioni di sinistra che, paradossalmente, dovrebbero essere ancor più attente ad evitare che si creino “grumi” di potere che possano acquisire forza contrattuale da utilizzare a fini personali come merce di scambio, fare blocco e, alla lunga, delegittimare la stessa organizzazione (rischiando, col tempo, di diventare gli interessi materiali del vertice divergenti rispetto a quelli della base e degli elettori che sulla carta si prepongono di rappresentare).

    Inoltre, in particolare nei partiti “socialdemocratici” – che sono, in un certo senso, sempre stati in mezzo al guado – questa ingessatura favorisce un certa cooptazione: storicamente, i dirigenti che emergono nel panorama “riformista” (ma , sospetto, non solo) vengono ammessi “pleno iure” ai vantaggi della classe dominante, e probabilmente ci prendono gusto. Credo di poter affermare che, anche guardando ai redditi e ai patrimoni personali ufficialmente dichiarati (a proposito, sarebbe interessante conoscere i conti correnti dei politici occidentali nei paradisi bancari), questi soggetti rientrino statisticamente all’interno di quell’ 1% che ha accumulato maggiori ricchezze negli ultimi anni, (se così ci vogliamo orientare, per semplicità).
    Comunque ai loro partiti è “riconosciuta” la “dignità” di opposizione ufficiale del sistema. Beninteso, purché non si tocchino certi fili dell’alta tensione. Al massimo, come dice lei, si sono accontentati di ”diventare una varietà “compassionevole” del liberalismo ed al massimo con qualche nuance di democrazia sociale. Ed anche di fronte alla svolta liberista che ha liquidato il “compromesso socialdemocratico” del Welfarestate, non hanno fatto una piega ed hanno confermato la loro adesione al sistema”.
    In cambio forniscono, di fronte all’elettore medio, con la loro influenza nel partito e nel sistema politico, una legittimazione “bipolare” al sistema liberista.
    Questo fenomeno in Italia è particolarmente evidente. E’ la storia del vecchio PSI e dell’attuale PD, possiamo dire. Internalizzazione Sistematica, si diceva.

    Sono convinto che moltissime persone in buona fede (probabilmente la maggioranza), col tempo, siano state portate a credere veramente che non esista alternativa al neo liberismo sfrenato, che consente a pochi di trattenere quasi tutti i benefici e di scaricare i costi della convivenza civile su tutti gli altri senza che la politica debba – o possa – intervenire.

    E invece l’alternativa forse, come ho spiegato prima, c’è. Anche se la strada è in ogni caso lunga e scivolosa.

    Solo che, secondo me, se si vuole cominciare a camminare, la soluzione politica più adatta non è quella di continuare a scindersi all’infinito o a schiacciarsi il più possibile a sinistra in compagnia di un pugno di “aficionados”. Sperando cosi di esercitare un’improbabile trazione sul sistema politico dal basso di un misero zero virgola..percento. Ma, al contrario, di tornare verso il centro a stanare gli elettori esasperati dei partiti sedicenti “riformisti”, fin sotto al loro cortile di casa se è necessario. Andare a mettere in difficoltà questi partiti (e con loro il sistema stesso, che si regge anche su questa stampella). Infilarsi nelle loro spaccature interne. Provare a provocare la LORO scissione. “Aggregare” – elettori, più che partiti – verso le proprie posizioni ma, all’occorrenza, con opportuna flessibilità.
    Bisogna sforzarsi di capire gli elettori. Non aspettare che siano gli elettori a capire i partiti (almeno se si vuole competere sul piano elettorale, poi non so…). Mi pare lampante! E se ciò richiedesse di dover cambiare nome e simbolo? Secondo me bisognerebbe accettare di chiamarsi pure “Pippo”, se fosse necessario a prendere i voti ad infilarsi tra le contraddizioni di un sistema politico marcio e corrotto, succube di interessi altri rispetto a quelli della collettività generale: a “scassare”, per dirla con De Magistris.

    Reply

  • Pierfrancesco ciancia

    |

    penso che dovremmo fare una colletta per avvolgere il colosseo con questa frase “Di fatto, sino a quando resteremo nell’ambito dell’ipercapitalismo finanziario, con i suoi “derivati”, con il suo sistema bancario ombra, con l’irragionevole redditività dei titoli finanziari che soffoca l’economia reale, la crisi diverrà endemica indirizzandosi verso esiti finali imprevedibilmente devastanti. Per uscire dalla crisi, occorre abbandonare l’ipercapitalismo finanziario per approdare, realisticamente, ad un modello di capitalismo sostenibile tanto dal punto di vista ambientale quanto da quello sociale. Tornare a livelli di disuguaglianza sociale sopportabili (anche solo quelli che c’erano negli anni settanta) non è la rivoluzione socialista, ma una misura di buon senso, perchè un sistema nel quale i “ricchissimi” guadagnano 7.000 volte (avete letto bene: settemila) quello che guadagna il ceto medio è un modello che non può funzionare. A meno di una dittatura di classe che liquidi ogni parvenza di democrazia per approdare a forme feroci di repressione. Ma modelli dispotici di questo tipo, in genere, durano poco e sfociano in un bagno di sangue.” al di la di tutto, mi sembra che lei scelga la parola comunista davvero per motivi affettivi, dato che riconosce lei stesso i forti limiti di tale modello economico, il comunismo prevede infatti la disponibilità di risorse di ordini di grandezza superiori a quelle necessarie all’umanità e questo purtroppo non si è verificato, esattamente come per il capitalismo. insomma ci vuole tanto a scrivere una nuova teoria economica tanto efficiente quanto giusta e non farne un dramma se non finisse per -ismo?

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    • aldogiannuli

      aldogiannuli

      |

      la questione non è se la teoria finisca o no per ismo ma i suoi cointenuti e, contrariamente a quello che Lei pensa non è affatto detto che comunismo debba necessariamente far rima con stalinismo

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