Aldo Giannuli
Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti

Lamberto Aliberti, già Ceo della Maspa Italia, società leader nella system dynamics, è da sempre impegnato anche nel campo della formazione. Da alcuni anni coordina il gruppo Dext,Designing Models for Economics and Politics.

Commenti (5)

  • benito

    |

    la conclusione non contiene ancora nessuna conclusione, non e’ che stiamo abbattendo un albero per farne uno stuzzicadenti?

  • Paolo Selmi

    |

    Dott. Aliberti,
    Buona sera e ringrazio per i complimenti, in gran parte immeritati! Davvero, mi piacerebbe che le sue pagine fossero frequentate da studenti e docenti di modo da animare un dibattito assai più fruttuoso di quello che possono muovere le mie osservazioni. Sulle mie previsioni, spero di sbagliarmi, lo spero davvero. Sul fatto di applicare modelli matematici di analisi e previsione, sono io il primo a sposare l’idea: nell’ex-Unione Sovietica i calcolatori elettronici erano applicati all’analisi dei dati e la pianificazione economica iniziò ad avvalersene già ai tempi delle valvole e delle schede perforate (Cfr. Aa. Vv., Matematica e calcolatori nella pianificazione dell’economia sovietica”, Milano, Il Saggiatore,1969, da cui peraltro traevo uno schema di funzionamento che riportavo in nota – p. 182 – al capitolo IX del già citato manuale di economia politica da me in parte tradotto http://www.bibliotecamarxista.org/collet%20urss/Economia%20Politica%20Manuale%20Capitolo%20IX.pdf).

    Dunque, nonostante tutto, il PIL del mondo aumenta. Tuttavia, il limite di questa operazione dal punto di vista dell’attuale situazione economica, dove il modo capitalistico di produzione vige anche nei Paesi a cosiddetta “economia mista”, è che è impossibile pianificare, quindi in qualche modo prevedere, l’imprevedibile. La mente torna alle vecchie, care, crisi di sovrapproduzione di marxiana memoria. E alla loro applicazione nella realtà concreta, attuale. Un caso di questi giorni: il fallimento dell’ottava compagnia marittima al mondo, la sud-coreana Hanjin, dovuto proprio alla già citata crisi di sovrapproduzione, e alle ripercussioni sul mercato globale. Due pagine di riferimento, ma solo per mia comodità, in realtà stiamo parlando di un fenomeno talmente lampante da aver originato un grande dibattito:
    http://www.sdcexec.com/news/12255649/hanjin-shipping-bankruptcy-and-supply-chain-impacts
    https://www.wsws.org/en/articles/2016/09/09/hanj-s09.html
    Allora, immaginiamoci questo scenario. DI COLPO, sottolineerei se possibile il termine, 500.000 TEU (ovvero una capacità di 500.000 container da 20 piedi, grosso modo 500.000×30 metri cubi = 15 milioni di metri cubi di merce), stivati su 71 navi portacontainer in provenienza dall’Estremo Oriente FERMI. La compagnia non ha neppure i soldi per pagare le tasse di sbarco. Sopra ci sono il 20% delle merci LG e il 40% delle merci Samsung, senza contare i cicli della grande distribuzione (abbigliamento e merci di ogni genere) che di colpo trovano i loro magazzini vuoti. I piccoli industriali, che magari avevano investito con banche e strozzini nel “carico di lupini” che li avrebbe dovuti proiettare nell’alta società, quella dell’arricchimento facile, si trovano ora con gli ordini cancellati e preda di pescicani. Certo, nulla di eclatante sotto il sole: quello capitalistico è un modo di produzione che ormai ha imparato a convivere col caos e la distruzione che esso stesso genera; altre compagnie prenderanno il suo posto, occuperanno i segmenti di mercato lasciati liberi, assisteremo all’ennesima concentrazione di tanto, troppo potere e capitali nelle mani di sempre meno persone (fisiche e giuridiche), sempre meno sottoposte a un benché minimo straccio di diritto, nazionale (era una battuta) e internazionale (altra battuta, purtroppo). E il PIL salirà di un altro punto. Due considerazioni, tuttavia emergono:
    1. se invece di essere la Hanjin fosse stata la Maersk (3.100.000 TEU), la MSC (2.800.000 TEU), la CMA CGM o la COSCO (le prime 4 compagnie al mondo fonte: http://www.alphaliner.com/top100/), il mondo si sarebbe fermato. Punto.
    2. Questa crisi da sovrapproduzione è stata determinata dall’eccessiva produzione di navi portacontainer ordinate prima della crisi del 2008 ma che, dopo la crisi e la stagnazione dell’export cinese, ha portato a un eccesso di offerta, al crollo dei noli marittimi e alla conseguente bancarotta di un anello di questa catena dimostratosi, nei fatti, debole. Un anello non da poco. Ora, il capitalismo in salsa estremo-orientale (Cina, Giappone e le cosiddettte Tigri asiatiche) è un capitalismo fortemente integrato, con importanti commistioni fra diversi settori economici (dalle zaibatsu giapponesi o chaebol coreane ai conglomerati cinesi), con rilevanti fette di mercato che, sparendo o riducendosi comunque in maniera rilevante da un giorno all’altro, hanno ENORMI ripercussioni sull’intero meccanismo economico. Non siamo ai livelli dell’URSS, dove ancora oggi la produzione industriale è ancora ben lontana e in alcuni casi non raggiungerà mai più i livelli del 1987 (basta dare un occhio al Libro bianco delle riforme http://www.kara-murza.ru/books/wb/ il cirillico è ostico, ma la grafica è laconicamente chiara: questa è la linea della produzione industriale, le x sono gli anni http://www.kara-murza.ru/books/wb/wb023.html se sbirciate vedete che lo schema è praticamente lo stesso in tutte le categorie di prodotti e servizi); ma poco ci manca. E anche il PIL mondiale, temo, non avrebbe l’andamento atteso: tutto questo, si badi, senza mettere in mezzo guerre, cataclismi, sostenibilità di una crescita all’infinito e quant’altro, semplice capitalismo contro capitalismo.
    Queste, in sostanza, le osservazioni che mi sento di muovere. Grazie ancora del Suo lavoro, estremamente istruttivo e stimolante, almeno per me. Attendo ora con ansia le pagine sui singoli blocchi continentali.
    Un caro saluto.
    Paolo

  • Roberto B.

    |

    La ringrazio dr Aliberti per la sua risposta.
    Se ben ricordo, ero dubbioso sull’equivalenza tra Import e Export, considerati in un’ottica globale: se fosse esclusa una parte del mondo, chiaramente questa equivalenza andrebbe a pallino. Resto tuttavia perplesso non sulle sue fonti, che non mi permetto di mettere in dubbio, ma sulle fonti delle sue fonti (e non è un gioco di parole).
    Penso infatti che ci sia talmente tanto “nero” in giro per il mondo, che vedo assai improbabile che tutto sia stato considerato in quei dati; basterebbe pensare a tutto il traffico d’armi, particolarmente attivo di questi tempi: merci (armi, ma non solo), che cambiano di mano in modo sotterraneo, imponenti masse di denari che vanno e vengono, tutto ciò è rappresentato nei dati? E non considero tutti i capitali (finti? veri? boh!), quotidianamente “creati” e “distrutti” nel mondo digitale dalla finanza internazionale! Tutto ciò, ed altro similare, ai fini di questo studio ha rilevanza?

    A Paolo, un grazie per l’ottimo intervento e una considerazione di tipo filosofico: io non saprei proprio dire che cosa, ma intuisco qualcosa di profondamente sbagliato nel concetto stesso di “globalizzazione”.
    Non per motivi etici, morali, politici, di lotta di classe, ecc.: c’è qualcos’altro che non so definire, mettere a fuoco e argomentare, qualcosa che sento in contraddizione con la Natura stessa dell’Universo.
    Per spiegarmi, spero, penso al mito biblico della Torre di Babele, visto però non in ottica sociologica, non teologica.
    Ma un riferimento più concreto è forse quello alla teoria filosofica orientale dello Yin eYang, il Nero e il Bianco, il Bene ed il Male, ecc.: ecco, mi pare che un mondo globalizzato sia incompatibile con il dualismo implicito sul quale poggia tutta l’architettura del mondo naturale secondo i cinesi.
    Teoria nella quale personalmente credo fermamente: chissà che prima o poi qualche scienziato riesca a dimostrarne matematicamente la validità.
    Ma andiamo su un terreno troppo filosofico, che nulla a che vedere con i freddi numeri dell’Economia, perciò mi fermo qui.

  • Paolo Selmi

    |

    Ciao Roberto,
    scusa il ritardo nel riscontro alla tua, che ho letto già due giorni fa ma che ho fatto fatica a “centrare” perché non è per niente semplice. Penso di aver capito: “globalizzazione” per te è sinonimo di “generalizzazione”, “reductio ad unum”, “banalizzazione”, ecc. In questo senso, possiamo dormire sonni tranquilli… mai il mondo fu più torre di babele quanto lo è oggi, paradossalmente, in presenza di genocidi culturali che da molti secoli ormai cercano di assimilare (o soggiogare) culture non europee all’unico verbo ritenuto “la culla della civiltà” dalla classe dominante occidentale. Sul Reale-Antiseri, con cui ebbi la sfortuna di litigarci alle superiori, capeggia il capitolo introduttivo dove solo la nostra è degna di essere chiamata filosofia. Il resto… pensiero, religione, superstizione, ecc. In realtà, ad almeno 5 dei 6 miliardi degli abitanti del nostro pianeta, di cosa pensa(va)no i signori G. Reale e D. Antiseri non importa un fico secco! Contrasto, altrettanto fermamente, concezioni sinocentriche del mondo, e qualsiasi altro pensiero che “cerca un centro di gravità permanente” puntando il compasso sul proprio campanile. Anch’io ho un mio pensiero ma visto che, oggi, il mio essere sociale non può prescindere non solo dal mio dirimpettaio di cortile, ma anche dal dirimpettaio di un cortile che si trova a diecimila chilometri di distanza dal mio, è giusto “comprendere”, nel doppio senso di capire e includere, il loro essere sociale di modo da costruire un mondo un po’ meno brutto di quello che è oggi. E, per includere, non intendo assimilare o, gesuiticamente, entrare dalla loro per uscir con la nostra, semplicemente coinvolgere in un progetto comune e anzi, recepire quanto di buono possa offrire includendolo come parte costituitiva e paritaria di un comune ideale. Altrimenti, che dire… homo homini lupus e vinca il peggiore… io ho sempre la val d’ossola e l’archibugio del nonno, in attesa che si ritorni umani e “a costruir su macerie”.
    Ciao! 🙂
    Paolo

  • lamberto aliberti

    lamberto aliberti

    |

    Devo ringraziare sentitamente e scusarmi con chi mi ha commentato, portandoci molte ottime idee. Impegni professionali mi hanno tenuto lontano da questo blog. Non succederà più e comunque dal prossimo articolo, sulla crisi mondiale, riprenderò il dialogo colpevolmente interrotto.

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