Aldo Giannuli
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Commenti (20)

  • Pimander

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    Ma come mai Brazzale produce il suo formaggio a Brno invece che a Parigi o Londra o Francoforte? Se il motivo fosse “mettere a frutto il prestigio della nostra tradizione alimentare” il mercato Ceco, come importanza strategica per la tradzione alimentare sparisce davanti a Francia, Germania e Inghilterra.
    Quindi, i motivi della delocalizzazione non sono la GIUSTA risposta ad una sfida ma un BIECO risparmio sui costi della manodopera.
    Un elaborato che giustifica la delocalizzazione con motivi palesemente falsi va cestinato, non diffuso.

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  • Libero Ferrari

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    Gentili professore e studente A. Pentimone,
    anch’io stavolta ho faticato molto a leggere l’elaborato, e per l’inusuale lunghezza e per i grovigli sintattici, dovuti probabilmente alla trasposizione dello scritto nel blog.
    Effettivamente risulta molto seducente il tentativo, almeno, di fornire una panoramica, per quanto sintetica, degli immensi problemi posti. Per forza di cose le considerazioni o le obiezioni in merito non potranno che essere accennate anche a costo di sembrare non documentate.
    Non sono affatto sicuro che la resistenza geo-nazional-alimentare sarà invincibile nel tempo; anzi, propendo per il contrario. Ben pochi italiani si possono permettere il pranzo di 30-50 anni fa in termini di tempi, modi e alimenti consumati: normalmente ci si allinea al modello statunitense del break. La cucina italiana assume quasi una connotazione di nicchia nel corso dell’anno; toast, hamburger, cheesecake, sushi, insalatone nella migliore delle ipotesi, sono i più diffusi nella situazione feriale. Nessuno di noi, d’altra parte, potrebbe nutrirsi come facevano i nonni che, avendo una vita molto più fisicamente movimentata, si permettevano insaccati, latticini, carboidrati vari dalle preparazioni molto elaborate e sostanziose. Era la vita quotidiana che si incaricava di ottenere i risultati che oggi dobbiamo ricercare in palestre o nei parchi cittadini.
    E’ dalla metà degli anni ’70 del secolo scorso che sento parlare del gravoso problema delle intermediazioni nella grande distribuzione, quella a km 0 resta ai margini, com’è ovvio. Vuoi che non ci sia una questione “politica” deliberatamente non trattata? Sarà pure che realizzano posti di lavoro, chissà.
    Secondo me, il rapporto di disistima tra scienza, industria e consumatori finali potrebbe essere benissimo rappresentato da tutti quei luoghi e quelle situazioni in cui abbiamo assistito, e stiamo a tutt’oggi assistendo, a devastazioni mortali di territori, comparti, città, salute pubblica. Nel Veneto è emerso il problema dei Pfas nelle falde acquifere, in Lombardia di veleni nel suolo a contatto umano, in Campania inutile parlare di terre dei fuochi, in altre regioni si conoscerà col tempo (solo questione di tempo, credete) senza scomodare le industrie cittadine di Trieste e Taranto. L”olio di palma sembrava una grande scoperta alimentare e si sono devastate nazioni intere in Asia prima di farci sapere della sua nocività. Sarebbero tanti gli esempi e li conosciamo, grosso modo tutti. Potete davvero pensare che la gente riesca davvero a fidarsi ancora di quanto biologi, agronomi, genetisti e industriali immettono sui mercati oggi?
    Infine, anch’io sono persuaso che le delocalizzazioni siano una mera farabuttaggine della nostra classe imprenditoriale che, pur di realizzare margini di guadagno n-volte superiori, non esitano a mettere in ginocchio un Paese, il loro. Brazzale non vende in Cechia il suo prodotto, lo vende nei Paesi in cui il prezzo di vendita è in linea con un tenore di vita molto superiore. Questo fatto innesca una catena del tutto nuova, in queste proporzioni in Paesi come il nostro, foriera di nuove ed inimmaginabili conseguenze non solo agroalimentari.
    Oggi, nel parossistico impianto liberista, per una corretta analisi in settori vitali dell’economia e della cultura, nazionalistiche o globalizzate che siano, non si può prescindere dalle interrelazioni fra politica ed economia, fra politica e cultura. Se l’identità reale di un Paese collima con la sua corruzione, cosa potrete immaginare della qualità della vita che lì si realizza?

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    • Aldo S. Giannuli

      Aldo S. Giannuli

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      per l’ultima volta: non scriivete post cosi lunghi

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    • Andrea Pentimone

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      Buongiorno, sono lo studente che ha redatto l’elaborato. Prima di tutto ci tengo a ringraziarvi per aver letto l’articolo e accolgo molto caldamente e in modo grato le numerevoli critiche sorte. E’ da poco che ho iniziato ad approfondire, su sollecitazione del professor Giannuli, il tema del cibo nel mondo di oggi così globalizzato, ma allo stesso tempo così ricco di paradossi, per cui ogni commento è molto ben accetto e sarà frutto di approfondimenti.
      Ho deciso di fare un discorso di portata più generale e ampia, leggermente più lungo di quanto mi ero prefissato, principalmente perchè avevo bisogno di costruire una qualche “panoramica” all’interno della quale poter prossimamente muovermi per approfondire e andare più nello specifico dei temi trattati, per questo le critiche sono fondamentali, ma ora vengo a queste.
      Riferendomi alle fonti, ancora abbastanza esigue non lo nego, che ho analizzato per comporlo, tra cui l’opera di Flandrin e Montanari che davvero ho trovato affascinante, di facile comprensione, ma anche di un buon livello scientifico e analitico, non viene negata una costante e crescente omogeneizzazione globale, tanto che di alcune colture (es. il grano) i mercati globali stanno predilegendo un paio di specie, a scapito di tutte le altre destinate forse a scomparire, o comunque a ridursi notevolmente. Questo fenomeno è certamente da combattere preservando la biodiversità e la diversità culturale, tuttavia quello che cercavo di trasmettere, è che un rischio potrebbe però essere quello di “cristallizzare” tale diversità, come soggetta ad una trasformazione su più fronti. Basandomi semplicemente sulla realtà che vivo tutti i giorni, concordo con lei solo parzialmente sulla questione della “resistenza geo-nazional-alimentare”, che certamente ad oggi è fragile d’innazi allo scorrere degli eventi, ma in cosa sta questa sua fragilità? L’ipotesi che sto seguendo, che certamente ha ancora bisogno di notevoli approfondimenti, ma che più volte mi è capitato di ascoltare in interventi più di stampo antropologico, è che le varie identità regionali e locali vadano osservate nel loro “dinamismo” più che nella loro “staticità”. Le culture mutano, e su questo non ci sono dubbi, tuttavia permangono dei tratti, anche semplicemente di rapporti sociali, che inevitabilmente si differenziano da altri per più ragioni, come una certa tradizione, una certa struttura della società, una determinata gerarchia di valori sociali, culturali, religiosi ecc… Se una volta tale scontro di “visioni del mondo” era più limitato (nel testo ho citato la riscoperta delle tradizioni delle campagne francesi da chi proveniva dalle città), o comunque più geograficamente circoscritto per esempio ad un particolare continente, questo oggi avviene su scala globale, per cui elementi di una cultura sociale dell’estremo oriente iniziano a permeare in quella di una cultura occidentale (sto azzardando degli esempi), non per forza sostituendosi ad essi, ma creando qualcosa di nuovo. A tal proposito per esempio vorrei segnalare la cultura del “cibo fusion” fattami notare sempre dal professore, e che intendo approfondire in seguito.
      Per quanto riguarda il caso di Brazzale, quello che si intendeva di fare, forse un po’ semplicisticamente, era di sottolineare come anche l’alleanza con la sfera imprenditoriale ha la sua necessità nel mondo di oggi, nonostante sia nota per le sue politiche molte volte decisamente “contraddittorie”, dalla “doppia morale” se non esplicitamente “bieche”. Tuttavia, anche un po’ perché sono un giovane con tante speranze, anche in una tale condotta riconosco la necessità (e so bene di non star certo sottolineando chissà quale novità, nonostante le mie ancora scarse conoscenze anche in campo economico-commerciale, da liceale) del mercato italiano di risalire quelle catene di distribuzione anche all’estero. La delocalizzazione la vedo come un fenomeno negativo finché si tratta di politiche di chiaro sfruttamento, per esempio della manodopera locale, o comunque di scarsa tutela dei lavoratori, nel momento del trasferimento di parti dell’azienda o della catena di distribuzione in un altro paese. Però la vedo anche in qualche modo come un’opportunità per il nostro paese, se ben amministrata, nell’interesse unicamente di diffusione del marchio italiano, e per l’impiego di giovani lavoratori disposti magari più di operai in età più avanzata di intraprendere un lavoro in tali filiere dislocalizzate, sì all’estero, ma con comunque sempre un legame con la madrepatria.

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      • Libero Ferrari

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        Gent. sig. Pentimone,
        guardi, ad esempio, alcuni tra i maggiori prodotti d’oltreoceano, efficaci simboli di colonizzazione da quasi un secolo: solo l’ultimo anello della catena produttiva viene delocalizzata ancora oggi mentre la vera e propria produzione rimane saldamente nel Paese d’origine così da mantenere il trademark, molto più tutelato dei nostri prodotti doc, dop, docg etc… Conosce una diffusione pari al sushi o ai prodotti MacDonald’s per i piatti tipici nigeriani o della patagonia cilena o del Mekong? E per il mercato delle sementi, a quali Paesi appartengono le multinazionali che tentano, riuscendoci, di monopolizzarlo? E’ geopolitica prima che altro.
        Non dica più che è giovane, è sufficientemente intelligente e documentato per stare alla pari con chiunque, poi, si sa, tante cose vengono andando avanti. Spero che non perda mai la gentilezza piuttosto. Grazie.

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    • Andrea Pentimone

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      Buongiorno, sono lo studente che ha redatto questo elaborato. Prima di tutto ci tengo a ringraziare per i numerosi commenti e critiche, che sono caldamente accetti e utili per approfondire questo argomento così complesso come il rapporto col cibo nel nostro modo così complesso e globalizzato , ma anche per questo non privo di numerosi paradossi, che ho deciso di analizzare su consiglio dal prof. Giannuli.

      Mi è stata d’immenso aiuto soprattutto la bellissima opera sulla storia del cibo di Flandrin e Montanari, su molti aspetti chiara ed esaustiva, semplice da leggere, interessante e anche molto analitica in modo scientifico, essendo io solo da poco familiare con l’argomento, per questo avevo bisogno di una solida base da cui partire. Per quanto riguarda le principali critiche, dall’idea che mi sono fatto, concordo parzialmente con lei sul fatto che l’identità “geo-nazional-alimentare” sia destinata a svanire nel tempo d’innanzi all’imponente forze del processo di omogeneizzazione in atto. Concordo nel momento in cui si parla del fenomeno dell’omogeneizzazione che sta portando per esempio alla riduzione delle specie di colture utilizzate fin’ora, portando a prediligerne alcune su altre, destinate in qualche modo all’estinzione. Questo per il nostro pianeta sarebbe certamente un danno dal punto di vista sia della biodiversità che dell’instaurarsi di un mercato alimentare più standardizzato e poco avvezzo alla diversità. D’altro canto non va comunque ignorato il discorso culturale, e qui assumo un punto di vista forse più antropologico, perché nonostante questo fenomeno in atto, assolutamente da condannare, non bisogna dimenticare che le diverse identità culturali vanno considerate come corpi “dinamici” e non “statici”. Noi non siamo più certo come i nostri nonni, tuttavia non penso che i nostri nipoti siano destinati ad “essere come noi”, nonostante la pressione dell’omogeneizzazione globale. Anche se la “varietà” si trova sempre più ristretta, così non deve per forza essere il rapporto col cibo stesso. Se da noi è subentrata l’abitudine allo “snack” americano, nel mia semplice esperienza quotidiana, non sento l’influenza di quel mito contraddittorio di “abbondanza” e “moralità” tipico della storia alimentare americana. Allo stesso tempo non credo neanche che una tipologia di prodotto esportato debba per forza soppiantare un altro prodotto di un altro paese. Lo scambio culturale crea nuove identità, e se questo una volta avveniva tra città e campagna (per esempio nell’esempio francese), perché non può avvenire tra nazioni distanti migliaia di km (con ciò rimando alla crescente moda della “cucina fusion” che spero di avere modo di approfondire maggiormente).

      Grazie mille per eventuali altre osservazioni

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    • Andrea Pentimone

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      Buongiorno, sono lo studente che ha redatto questo elaborato. Prima di tutto ci tengo a ringraziare per i numerosi commenti e critiche, che sono caldamente accetti e utili per approfondire questo argomento così complesso come il rapporto col cibo nel nostro modo così complesso e globalizzato , ma anche per questo non privo di numerosi paradossi, che ho deciso di analizzare su consiglio dal prof. Giannuli.
      Mi è stata d’immenso aiuto soprattutto la bellissima opera sulla storia del cibo di Flandrin e Montanari, su molti aspetti chiara ed esaustiva, semplice da leggere, interessante e anche molto analitica in modo scientifico, essendo io solo da poco familiare con l’argomento, per questo avevo bisogno di una solida base da cui partire. Per quanto La critica principale da lei postami, dall’idea che mi sono fatto, credo di concordare, se mi permette, con lei solo parzialmente sul fatto che l’identità “geo-nazional-alimentare” sia destinata a svanire nel tempo d’innanzi all’imponente forze del processo di omogeneizzazione in atto. Concordo nel momento in cui si parla del fenomeno dell’omogeneizzazione che sta portando per esempio alla riduzione delle specie di colture utilizzate fin’ora, portando a prediligerne alcune su altre, destinate in qualche modo all’estinzione. Questo per il nostro pianeta sarebbe certamente un danno dal punto di vista sia della biodiversità che dell’instaurarsi di un mercato alimentare più standardizzato e poco avvezzo alla diversità. D’altro canto non va comunque ignorato il discorso culturale, e qui assumo un punto di vista forse più antropologico, perché nonostante questo fenomeno in atto, assolutamente da condannare, non bisogna dimenticare che le diverse identità culturali vanno considerate come corpi “dinamici” e non “statici”. Noi non siamo più certo come i nostri nonni, ritornando al punto di vista alimentare, tuttavia non penso che i nostri nipoti siano destinati ad “essere come noi”, nonostante la pressione dell’omogeneizzazione globale. Nonostante la varietà sia sempre più ristretta, così non deve per forza essere il rapporto col cibo stesso. Se da noi è subentrata l’abitudine allo “snack” americano, nel mia semplice esperienza quotidiana, non sento l’influenza di quel mito contraddittorio di “abbondanza” e “moralità” tipico della storia alimentare americana. Allo stesso tempo non credo neanche che una tipologia di prodotto esportato debba per forza soppiantare un altro prodotto di un altro paese. Lo scambio culturale crea nuove identità, e se questo una volta avveniva tra città e campagna (per esempio nell’esempio francese), perché non può avvenire tra nazioni distanti migliaia di km (con ciò rimando alla crescente moda della “cucina fusion” che spero di avere modo di approfondire maggiormente).

      Grazie mille e spero in ulteriori considerazioni e riflessioni per aiutarmi a portare avanti questa ricerca.

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  • Gaz

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    Auguri ai ventenni.
    P.s. Il derby Inoltre-Inparte è stato pareggiato per 11 a 11.

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  • Giovanni Talpone

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    Tanti considerazioni interessanti, che meriterebbero un maggiore approfondimento critico. Per esempio, non mi sembra che ci sia una connessione così lineare fra il “land grabbing” e il consumo di cibo biologico: credo che il primo sia destinato alla produzione di cibo assolutamente standard. Il biologico, proprio perché riesce a spuntare prezzi più alti, è riuscito a volte a favorire il recupero di terre marginali in Italia (per esempio in collina o in bassa montagna). Semmai, il rimprovero da fare alla filiera del bio è la scarsa trasperenza e la manipolazione del consumatore: confezioni accattivanti, descrizioni sognanti, ma cosa mi dà davvero in più il prodotto che compro? Per non parlare di una certa confusione intorno al “fair trade” ecc. Più in generale, mi sembra che il tema della sovrappopolazione mondiale rimanga sempre il grande tabù della sinistra, forse non più per l’anatema di Marx contro Malthus o i sogni terzomondisti (qualcuno si ricorda della polemica contro gli anticoncezionali del libro “Le vene aperte dell’America Latina”?) ma un po’ per la tendenza dei TQ ad evitare temi “divisivi” e strategici (invito calorosamente i più giovani a fare il contrario) un po’ per non urtare i “compagni di strada” cattolici o comunque tradizionalisti.

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    • Aldo S. Giannuli

      Aldo S. Giannuli

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      sono convinto che Andrea approfondità il suo lavoro rispondendo alle comande che pini elo farà molto bene

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  • camo

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    lo studente è bravo, analizza e spiega bene, poi magari noi non concordiamo sulle conclusioni e sulla questione del formaggio prodotto in Cechia come esempio “virtuoso” che piace anche a il Foglio.

    cito: https://www.gazzettadiparma.it/news/economia/30704/Il–Gran-Moravia–va.html
    – L’azienda è controllata da una famiglia italiana. Della produzione di oltre 6mila tonnellate l’anno, il 97% è esportato in Italia. Il vantaggio del Gran Moravia è il prezzo basso. Ogni giorno parte da Litovel verso l’Italia un camion pieno di forme di Gran Moravia da 35 chili l’una. In Italia il formaggio matura e viene poi venduto: sul mercato ceco ne torna solo una piccola parte.”

    Però bisogna citare anche: http://gazzettadireggio.gelocal.it/reggio/cronaca/2012/02/25/news/parmigiano-reggiano-il-futuro-e-in-mano-ai-sikh-1.3220969
    -Gli indiani rappresentano più del 60% degli addetti alla produzione alla Cila di Novellara. Il presidente Salsi: «Chi farebbe un lavoro così faticoso?»

    Della serie a noi ci servono, fanno i lavori che gli… e pagano le nostre pensioni e poi magari tornano in patria e così a molti non gli riconosciamo neanche l’ assegno pensionistico!

    Una mia ipotesi di soluzione per la filiera latte? Cercare almeno di tornare a quel movimento cooperativo idealizzato nel dopoguerra ma poi sostanzialmente annacquato dalle normative seguenti per cui oggi il “socio” di cooperativa è più schiavo del dipendente di società non cooperativa. Ma ò, io lo ammetto, sono per il pauperismo, l’invidia sociale e la decrescita!

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  • Roberto B.

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    “pauperismo, l’invidia sociale e la decrescita!”: non ho ben capito se questa voleva essere una affermazione ironica.
    C’è però tantissima gente che attacca Grillo rifacendosi alla sua “decrescita felice”.
    Grazie a Dio, sono sostanzialmente un pragmatico e, anche quando mi lascio un po’ trasportare da qualche accesso di focosità idealista, non perdo mai di vista la realtà delle cose.
    Proprio per questo, parlando a quei tanti di cui sopra, faccio notare che la direzione vs cui sta andando il nostro mondo, intendo quello più sviluppato, perchè gli altri stanno in decrescita felice da sempre e possono solo crescere (guerre e Soros permettendo), è proprio la decrescita.
    Quindi, quello di Grillo non è l’auspicio di un meschino che cerca di convincere gli altri a tirare la cighia per conservare i propri privilegi, ma una semplice constatazione (e non sono neppure sicuro che lui stesso se ne renda ben conto): basti solo pensare che ogni anno la ricchezza globale si concentra nelle mani di in un numero sempre minore di nababbi.
    Una volta ci pensavano le guerre a riequilibrare un po’ le cose, e a quale prezzo!: oggi una guerra frontale tra vere potenze è impensabile, ci ha pensato il nucleare a renderlo impossibile. Perciò, ci pensa la natura stessa della nostra società, per come funziona e per le sue regole.

    Reply

  • camo

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    “pauperismo, l’invidia sociale e la decrescita!”: non ho ben capito se questa voleva essere una affermazione ironica.

    pauperismo e invidia sociale erano citazioni della campagna elettorale.

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  • Gaz

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    ACME NEWS
    Milano 2018 d. C . . Rari fenomeni astrali concentratisi sul blog rosso pompeiano indussero i sapienti di mezza Europa a convergere a Milano. Un’esplosione inaudita di gioia, avvertita in mezzo mondo, dalla Svizzera Romanza alla Patagonia, fece impazzire i gioimetri ovunque. Il Papa sbagliò il giorno dell’Exultet. Le forze dell’ordine prontamente accorse sull’epicentro del fenomeno, trovarono su una sedia di paglia un noto politologo italiano assorto in estasi all’ascolto del terzo movimento della Serenata al chiar di luna, mentre dalla sua penna fluivano oceani di parole, tali da sommergere ogni cosa. I dotti, avvisati dalla stampa al seguito delle forze dell’ordine, si congratularono per la qualità delle parole. Per la prima volta gli uomini giunti della Guinea Equatoriale riuscivano ad intendersi con i rumeni. Portoghesi ed italiani si capivano … Tutti chiedevano al noto politologo cosa fosse successo.
    Egli rispose che semplicemente aveva preparato il terreno politico con uno studio sulla lingua veicolare. Nell’Accademia Reale Svedese delle Scienze di Stoccolma qualcuno pensò che fosse giunto il turno di un italiano per il Nobel per la Pace.

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  • Andrea Pentimone

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    Buongiorno, sono lo studente che ha redatto questo elaborato. Prima di tutto ci tengo a ringraziare per i numerosi commenti e critiche, che sono caldamente accetti e utili per approfondire questo argomento così complesso come il rapporto col cibo nel nostro modo così complesso e globalizzato , ma anche per questo non privo di numerosi paradossi, che ho deciso di analizzare su consiglio dal prof. Giannuli. Ora di seguito cercherò più che di rispondere, di precisare il punto di vista che mi sono costruito scrivendo questo testo, un punto di vista ancora in evoluzione e decisamente pieno ancora di dubbi e interrogativi, per questo i commenti mi sono così fondamentali
    Ammetto che il testo a primo acchito potrebbe sembrare decisamente più lungo di un saggio, tuttavia era la prima volta che mi approcciavo all’argomento, per questo si è manifestata la necessità di stilare una panoramica più generale dei principali fenomeni correlati al tema (ne mancano in realtà ancora molti e nuove idee sorgono in continuazione), in cui prossimamente potermi muovere più agevolmente per approfondire le varie tematiche.
    Tra le fonti che ho utilizzato per redigerlo, ancora molto scarse essendo in continua ricerca di nuovi spunti, mi è stata d’immenso aiuto soprattutto la bellissima opera sulla storia del cibo di Flandrin e Montanari, su molti aspetti chiara ed esaustiva, semplice da leggere, interessante e anche molto analitica in modo scientifico, essendo io solo da poco familiare con l’argomento, per questo avevo bisogno di una solida base da cui partire. Per quanto riguarda le principali critiche, dall’idea che mi sono fatto, concordo parzialmente con lei sul fatto che l’identità “geo-nazional-alimentare” sia destinata a svanire nel tempo d’innanzi all’imponente forze del processo di omogeneizzazione in atto. Concordo nel momento in cui si parla del fenomeno dell’omogeneizzazione che sta portando per esempio alla riduzione delle specie di colture utilizzate fin’ora, portando a prediligerne alcune su altre, destinate in qualche modo all’estinzione. Questo per il nostro pianeta sarebbe certamente un danno dal punto di vista sia della biodiversità che dell’instaurarsi di un mercato alimentare più standardizzato e poco avvezzo alla diversità. D’altro canto non va comunque ignorato il discorso culturale, e qui assumo un punto di vista forse più antropologico, perché nonostante questo fenomeno in atto, assolutamente da condannare, non bisogna dimenticare che le diverse identità culturali vanno considerate come corpi “dinamici” e non “statici”. Se pur questo potrebbe sembrare un dato di fatto, in realtà spesso ci dimentichiamo la fondamentale importanza di questa affermazione, perché a formare un’identità concorrono vari fenomeni, che fanno sì che una determinata area geografica, un determinato gruppo sociale, una determinata comunità si differenzi per modi, usi, tradizioni, dialetto, religione. Noi non siamo più certo come i nostri nonni, ritornando al punto di vista alimentare, tuttavia non penso che i nostri nipoti siano destinati ad “essere come noi”, nonostante la pressione dell’omogeneizzazione globale. Nonostante la varietà sia sempre più ristretta, così non deve per forza essere il rapporto col cibo stesso. Se da noi è subentrata l’abitudine allo “snack” americano, nel mia semplice esperienza quotidiana, non sento l’influenza di quel mito contraddittorio di “abbondanza” e “moralità” tipico della storia alimentare americana. Allo stesso tempo non credo neanche che una tipologia di prodotto esportato debba per forza soppiantare un altro prodotto di un altro paese. Lo scambio culturale crea nuove identità, e se questo una volta avveniva tra città e campagna (per esempio nell’esempio francese), perché non può avvenire tra nazioni distanti migliaia di km (con ciò rimando alla crescente moda della “cucina fusion” che spero di avere modo di approfondire maggiormente).
    Per quanto riguarda Brazzale, l’intento era quello di sottolineare, forse un po’ semplicisticamente, la necessità di una qualche “alleanza” e fiducia anche verso quel mondo imprenditoriale e industriale, così tanto (la maggior parte delle volte giustamente) accusato ultimamente delle principali piaghe economiche e sociali che attanagliano il mondo presente. Concordo nel condannare la delocalizzazione nel momento in cui essa incentiva lo “sfruttamento”, attraverso l’uso della bassa manodopera (che è stata la critica più rilevante all’elaborato), ma anche suggerisco attraverso un’ancora troppo scarsa tutela dei lavoratori, nel momento dello spostamento di una filiale o parte della catena di produzione all’estero. Tuttavia, nonostante le mie competenze economiche siano ancora scarse (da liceale), e forse animato da ancora qualche speranza per il futuro come penso tipico della mia età, riconosco tuttavia in Brazzale, per quanto condannabile un eventuale intento di mero profitto, e quindi biecamente oneroso, come teoricamente ci si dovrebbe approcciare alla rappresentanza sul mercato globale. Controllare le catene di produzione all’estero potrebbe veramente essere un canale per l’esportazione delle marche italiane all’estero, e di rappresentanza per il prestigio dei prodotti che l’Italia tutt’oggi fatica a “sponsorizzare” come una volta. Io lo vedo anche come un modo per i lavoratori più giovani (cosa che non richiederebbe il delocalizzamento di operai più anziani) di trasferirsi all’estero nelle nuove filiere, che comunque manterrebbero un contatto fondamentale con la madrepatria, sviluppando allo stesso modo quella rete di relazioni internazionali indispensabili al nostro paese, deficitario sotto molti aspetti economici, per migliorarsi.
    Queste rimangono ovviamente solo delle semplici ipotesi lo ammetto, che avranno bisogno di ulteriori ricerche e supporto, per questo ritengo fondamentali eventuali nuove critiche e considerazioni. Grazie Mille

    Reply

  • White_Rabbit

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    Grazie per l’elaborato, alcune obiezioni.
    «“Il grano”, continua, “è la principale coltura nel 97,4% dei paesi, il riso nel 90,8%, la soia nel 74,3%”». Che senso ha questa frase? ogni paese ha un’unica coltura principale, la somma delle percentuali dovrebbe essere =< 100. Suppongo la bibliografia sia stata tolta per il blog. Se la frase è presa da https://ilfattoalimentare.it/globalizzazione-alimentare-rischi.html nei materiali a supporto dell'articolo http://www.pnas.org/content/pnas/suppl/2014/02/26/1313490111.DCSupplemental/pnas.201313490SI.pdf si vede che nel 97,4% dei paesi il grano è considerato parte dell'offerta alimentare, idem riso e soia. Non sono "principali". Per non appesantire, il resto su https://twrh.noblogs.org/post/2018/07/09/su-qualita-e-identita

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