Aldo Giannuli
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    Francesco Pirrone

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    Il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione conferma le condanne di primo grado del Maxiprocesso di Palermo.
    A febbraio 1992 Calogero Mannino si confida con il maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli: “Ora o uccidono me, o uccidono Lima”
    12 marzo 1992: dei sicari uccidono a Mondello l’europarlamentare Salvo Lima.
    16 marzo 1992: il capo della polizia Vincenzo Parisi scrive in una nota riservata che sono state rivolte minacce di morte al presidente del consiglio Giulio Andreotti e ai ministri Vizzini e Mannino. Per marzo-luglio prevista campagna terroristica contro esponenti DC, PSI, PDS, strategia comprendente anche episodi stragisti.
    20 marzo 1992: il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato afferma “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. Andreotti dice che l’allarme è “una patacca”
    4 aprile 1992: il maresciallo Guazzelli viene assassinato a colpi di mitra
    24 aprile 1992: cade il governo presieduto da Giulio Andreotti
    Aprile-maggio 1992: Mannino incontra informalmente più volte il capo della polizia Vincenzo Parisi, il numero 3 del sisde Bruno Contrada e il capo del ros antonio subranni, per avviare il contatto con cosa nostra ed evitare gli assassini dei politici.
    Maggio 1992: in una lettera anonima del “corvo due” si parla dell’incontro tra Mannino e Riina in una chiesa di San Giuseppe Jato. Brusca dice che in questo periodo un commando doveva uccidere Mannino a Sciacca (dove è nato) o a Palermo.

    23 maggio 1992: strage di Capaci
    28 giugno 1992: si insedia il governo di Giuliano Amato. Mancino sostituisce Scotti al Viminale, Mancino dice: “pregai scotti di rimanere agli interni”. Scotti dice: “non mi disse nulla del genere”. Gargani cerca di sotituire Martelli alla Giustizia senza riuscirci.
    29 giugno 1992: all’aeroporto di Fiumicino la Ferrario informa Borsellino dei contatti tra Ciancimino e i boss. Borsellino dice: “ci penso io”
    fine giugno 1992: Borsellino piangendo dice ai magistrati Massimo Russo e Alessandra Camassa: “un amico mi ha tradito”
    1 luglio 1992: alla DIA di Roma Borsellino interroga Gaspare Mutolo, quando viene convocato con una telefonata al viminale dove si sta insediando Mancino. Mancino nega di aver incontrato Borsellino. Al ritorno Mutolo dice che Borsellino è nervoso e si fuma due sigarette insieme. Borsellino dice di aver incontrato nell’anticamera del ministro Bruno Contrada che gli fa una battuta sul pentimento di Mutolo che era segreto. La sera dice alla moglie: “ho respirato aria di morte”.
    Prima settimana luglio 1992: il papello arriva a Ciancimino Sr. Lui giudica le 12 richieste “irricevibili”.
    13 luglio: Ciancimino mostra il papello ai carabinieri che dicono che è inaccettabile. LA TRATTATIVA SI INTERROMPE?
    15 luglio 1992: Borsellino vomita e dice alla moglie: “sto vedendo la mafia in diretta. mi hanno detto che Subranni è punciutu”
    19 luglio 1992: strage di Via d’Amelio
    13 febbraio 1993: Giovanni Conso subentra a Martelli come guardasigilli. Viene scelto personalmente da Scalfaro.
    14 maggio 1993: in via Fauro a Roma esplode una bomba quando passa Maurizio Costanzo. A pochi metri è posteggiata la macchina di Lorenzo Narracci, lo 007 il cui numero di telefono era stato trovato su un foglietto sul luogo della strage di Capaci
    27 maggio 1993: strage di via dei Georgofili
    giugno 1993: Nicolò Amato, capo del DAP viene sostituito da Capriotti insieme a cui entra il giudice Di Maggio, dopo essere nominato consigliere di stato perchè non aveva i titoli necessari. Conso dice: “l’ho scelto perchè andava in tv”
    29 giugno 1993: viene fondata Forza Italia
    27 luglio 1993: bomba in via Palestro a Milano
    10 agosto 1993: in una relazione la DIA ipotizza una trattativa e dice: “E’ chiaro che una eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione dell’articolo 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”
    Novembre 1993: vengono lasciati scadere 343 41bis. Conso dice: presi quella decisione in assoluta solitudine
    27 febbraio 1994: arrestati a Milano i fratelli Graviano
    28 marzo 1994: Berlusconi vince le elezioni. Per i pentiti Dell’Utri ha sancito un patto con Cosa nostra
    31 ottobre 1995: l’infiltrato Luigi Ilardo, confidente del colonnello Michele Riccio, incontra Provenzano a Mezzojuso. I ros non lo arrestano: Mori e Obinu guardano da lontano senza intervenire.
    10 maggio 1996: prima di diventare collaboratore di giustizia, Luigi Ilardo viene ucciso
    1 agosto 1996: Cirami, Bruno Napoli, Nava e Tarolli propongono un disegno di legge per istituire il “pentito dissociato”. Basta dissociarsi per avere sconti di pena.
    2010: le procure di palermo e caltanissetta sentono: Martelli, Conso, Ferraro, Violante, Scalfaro, Ciampi, Mancino, Nicolò Amato.
    25 novembre 2011: Mancino inizia a sentire Loris D’Ambrosio, consulente giuridico di Napolitano
    21 dicembre 2011: Sandra Amurri ascolta per caso Mannino e Gargani: “a palermo hanno capito tutto, stavolta ci fottono. Quel cretino di ciancimino ha detto tante cazzate, ma su di noi ci ha azzeccato”
    Questo è il contesto in cui è avvenuta la strage di via D’Amelio e chiunque legga in seguenza non può che convincersi di quello che aveva affermato il ministro dell’interno Vincenzo Scotti davanti alla commissione affari costituzionali del senato: “nascondere ai cittadini che siamo di fronte a un tentativo di destabilizzazione delle istituzioni da parte della criminalità organizzata è un errore gravissimo”. A Palermo non si svolge un processo per il reato di “trattativa”, ma per il reato di “violenza o minaccia ad un corpo politico”, art. 338 del Codice penale, che corrisponde alla perfezione a quanto affermato da Scotti.
    Si sostiene che quello di Fiandaca e Lupo ne “La mafia non ha vinto” sia stato un contributo di grande valore e ciò sarebbe vero per la missione che gli si attribuisce, cioè quella di contrastare “il nodo di fondo della polemica: quello per cui ogni ipotesi di trattativa è da considerarsi, secondo i sostenitori della Procura, moralmente condannabile in qualunque contesto possibile.” Ma come potrebbe un’inchiesta giudiziaria porsi un obbiettivo così generale e come potrebbe sorreggerlo credibilmente sul Codice penale? Certo non potrebbe ed infatti non si sogna affatto di farlo ed attribuirglielo appare un pretestuoso processo alle intenzioni che cerca di far dimenticare fatti e contesto proprio per una intenzione politica che, ribaltando l’evidente realtà, si cerca di attribuire ai giudici piuttosto che a chi ha elaborato questa tesi.
    La via del processo alle intenzioni per accusare i giudici di… far politica, aggiunge poi un altro tassello … falso, che se fosse attribuito ai giudici sarebbe da sanzionare penalmente e cioé “l’analisi che identifica la nascita di Forza Italia in un sottoprodotto della trattativa”, assicurando poi i non identificati autori dell’analisi che “non può essere condivisa perché semplicistica.” In realtà questa inspiegabile associazione tra il processo in questione e l’analisi che gli viene attribuita serve soltanto a far notare che: “…la recente condanna inflitta a Dell’Utri dalla Corte di Cassazione è indicativa di quanto la sovrapposizione di indagini e processi tenda a pregiudicare l’avvicinamento alla verità, sia dal punto di vista storico che giudiziario. In essa si riconosce all’ispiratore di Forza Italia il ruolo di favoreggiatore della mafia e di mediatore fra questa e Berlusconi dal 1974 al 1992, mentre per la fase successiva, oggetto del procedimento in corso sulla trattativa, è già stato assolto in via definitiva. Il fatto che per i giudici Dell’Utri non sia tra i responsabili della “violenza o minaccia ad un corpo politico” servirebbe stranamente a dimostrare che quella violenza in realtà non ci sia stata.
    Per i nostri autori il semplice movente di salvare la vita di potenti politici collusi e minacciati a scapito di quella di chi pretende che ciò avvenga nel rispetto e nei limiti della legge, si trasforma in quello generico di garantire vantaggi ai mafiosi, così che: “L’unico argomento di qualche plausibilità a sostegno del “do ut des” ipotizzato è la decisione, peraltro discrezionale e in quanto tale fuori da ogni configurazione di reato, dell’ex ministro Giovanni Conso di non rinnovare nel novembre 1993 il carcere duro a 334 mafiosi, scelta sostenuta, secondo l’interessato, in autonomia e con l’intento di contenere la minaccia stragista.” Ma l’argomento che dovrebbe demolire il contesto si rivela un involontario autogol nelle motivazioni dichiarate di Conso stesso: “l’intento di contenere la minaccia stragista.” E non era questa minaccia stragista quella “violenza o minaccia ad un corpo politico”, da cui il processo in questione?
    A conclusione di questo ennesimo pamphlet contro la pretesa politicizzazione della magistratura, di cui farebbe parte anche la ricerca di complicità politiche e istituzionali, che, bontà loro, i nostri autori non escludono, arriva la rassicurazione del titolo “La mafia non ha vinto”. Infatti “…non si può di certo concordare con quelle letture che fanno di Cosa Nostra un’entità onnipotente sempre e comunque, come se la stagione repressiva culminata con il maxiprocesso e poi continuata con Caselli ed altri magistrati del pool non avesse portato a nulla. In realtà la mafia ha subito duri colpi nell’ultimo ventennio e il suo potere attuale non è commisurabile con quello detenuto fino a qualche decennio fa. L’organizzazione appare oggi, stando alle relazioni semestrali della Dia, fortemente indebolita e meno pericolosa di altri soggetti criminali come ‘ndrangheta e camorra.” Così dimentichiamo il solido controllo territoriale della criminalità organizzata dei territori, mai abbandonati dai capi, in nome di una concorrenza tra bande, che non si esprime in territori espugnati da un gruppo a danno di un altro, ma in una più efficiente rete di riciclaggio globale espressa da un gruppo piuttosto che da un altro, ancora un autogol: “la mafia ha subito duri colpi nell’ultimo ventennio” al punto che, forse, è diventata un po’ più povera di ‘ndrangheta e camorra…

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    Rita

    |

    In sicilia i criminali camminano a testa alta, i poliziotti a volto coperto.
    In sicilia non c’è una certezza della pena.
    In sicilia lavorare per guadagnare è una cosa ritenuta strana.
    In sicilia il sudiciume infesta l’aria.
    In sicilia non si assiste ad un lavoro di decostruzione dei personaggi che si fanno chiamare Boss e roba simile.
    In sicilia non si vuole distruggere veramente il crimine. Si accarezzano i tasti dolenti per guadagnarci su con libri e manifestazioni culturali che sanno di banale, sporco e mellifluo.
    In sicilia come in Italia vince la finzione.

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