Aldo Giannuli
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    Lettore anonimo

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    “un insegnamento di tra crediti incide nella media come uno da nove (per lo meno così è nella maggior parte delle università)”
    Le assicuro che in alcune università la media dei voti è ponderata rispetto ai crediti.

    Una cosa che non riesco a capire, poi, è perché una diminuzione dei laureati sia un dato negativo. Io vedo, intorno a me, laurearsi persone che o non dovrebbero laurearsi o conseguono votazione troppo elevate rispetto a quelle che meriterebbero.
    La mia impressione, inoltre, è che il mercato del lavoro italiano non abbia bisogno di tutti questi laureati: spesso le aziende assumono persone con la laurea per impiegarli come dei diplomati e persone con il diploma per impiegarli come dipendenti con la terza media.
    Ho una forte paura che il valore del diploma e della laurea si stia inflazionando.
    Di conseguenza, perché preoccuparsi se diminuisce il numero dei laureati? Le università non sono aziende e i diplomati non sono automobili.

    Preciso che io sono fortemente a favore dell’istruzione pubblica e del valore legale del titolo di studio. Ritengo, inoltre, che la funzione della scuola e dell’università sia proprio quella di ascensore sociale.
    Molte persone non si laureano perché sono pigre, nullafacenti e non studiano. Forse è un bene che l’ascensore le lasci a terra.

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    • Aldo Giannuli

      Aldo Giannuli

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      Le assicuroi che in molte università la media ponderale non si fa

      edo che Lei ha una visione fortememnte selettiva e classista del problema, e va bene, ma visto che spendiamo tutti questi soldi non mi pare che sia un buon risultato avere la media di laureati/abitanti più bassa d0’Europa o giù di lì
      Mi senbra del tutto antieconomico, se non altro

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    Vincenzo Cucinotta

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    Al lettore anonimo, farei pacatamente osservare che la cosa funziona in senso inverso, non è che i laureati in Italia siano troppi, è al contrario il mercato del lavoro che è così messo male da non avere bisogno di laureati, cioè in Italia non abbiamo bisogno di grandi competenze per svolgere la gran parte dei lavori, e questo non mi pare una buona notizia.
    A scalare, questa carenza di richiesta presto si tramuta in declino nelle iscrizioni (chi afrronta spese e fatiche per almeno tre anni per poi finire con lo svolgere un lavoro per cui bastava un titolo di media superiore?), ma tra iscrizione e laurea c’è operante un fattore interno ddella stessa istituzione universitaria.
    Se si vuole esprimere una valutazione di efficienza nello sfornare laureati dell’Università, bisogna considerare quasi esclusivamente questo aspetto, il rapporto tra iscritti al primo anno e laureati (dopo i tre anni a rigore, spesso ha senso anche il confronto nello stesso anno).

    Come considerazione geenrale, è inutile girarci attorno, il 3 + 2 è frutto direi automatico del processo di falsa integrazione europea. Non è che Berlinguer abbia inventato qualcosa di nuovo, si è limitato ad applicare al nostro paese schemi di organizzazione esistenti già da molto tempo ad esempio nel mondo anglosassone.
    Il risultato è stato soltanto di distruggere l’Università esistente di grande qualità e di bassa efficienza che c’aveva sempre caratterizzato. Un laureato italiano delle vecchie lauree quadriennali aveva una preparazione di gran lunga maggiore anche di un master anglosassone, solo in estremo oriente v’erano laureati che potessero competere con quelli italiani. Ma in nome del “ce lo dice l’Europa”, abbiamo dismesso quel sistema, pensando stoltamente che tutta l’università potesse celermente riconvertirsi verso altri modelli (sostanzialmente un superliceo, direi).
    Faccio per inciso notare come con questa mania esterofila, abbiamo realizzato delle situazioni paradossali. Citerò ad esempio lo smantellamento delle facoltà a seguito della legge 240 (comunemente nota come legge Gelmini), proprio quando In Gran Bretagna le stavano reintroducendo.
    Mi verrebbe da dire “è la globalizzazione, bellezza”, un fenomeno così distruttivo che nessuno a parole apprezza ma che poi finisce col subire supinamente con la motivazione dogmatica che sia impossibile opporvisi.
    Anche la motivazione economica che lo stesso Giannuli solleva, sta in questo processo di globalizzazione competitiva, ed io invece la lascerei fuori, non credo che questo criterio di risparmio debba essere quello che comanda (anche se non può certo essere del tutto ignorato).
    Tutta colpa allora delle fissazioni filoeuropeiste di berlinguer? Direi di no, in mezzo ci sta l’enorme questione della gestione dell’università, della qualità umana prima ancora che didattico-scintifica della classe docente universitaria italiana.
    Tutto è riformabile, tutti gli errori si possono correggere, ma il punto non è strutturale, è soggettivo, del soggetto cioè che dovrebbe riformare, e su questo sono molto pessimista quando guardo alla schifezza di parlamento che ci troviamo davanti, ma anche della schifezza di docenti universitari che abbiamo. Detto francamente, se io fossi a capo del governo, io commissionerei l’università (altro che autogestione, autogestione che somiglia al fare il frocio col culo degli altri, visto che i docenti autogestiscono risorse interamente pubbliche), perchè non ritengo che con simili soggetti si possa migliorare.

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    Lettore anonimo

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    “Al lettore anonimo, farei pacatamente osservare che la cosa funziona in senso inverso, non è che i laureati in Italia siano troppi, è al contrario il mercato del lavoro che è così messo male da non avere bisogno di laureati, cioè in Italia non abbiamo bisogno di grandi competenze per svolgere la gran parte dei lavori, e questo non mi pare una buona notizia.”
    Io esaminavo la situazione attuale ma sono pienamente d’accordo: l’Italia, secondo me, ha troppe aziende medio-piccole che non innovano abbastanza e fanno poca ricerca.
    Purtroppo, in Italia, non abbiamo una Intel (giusto per fare un esempio) e, disgraziatamente, non è un’azienda che nasce dall’oggi al domani.

    “Se si vuole esprimere una valutazione di efficienza nello sfornare laureati dell’Università, bisogna considerare quasi esclusivamente questo aspetto, il rapporto tra iscritti al primo anno e laureati (dopo i tre anni a rigore, spesso ha senso anche il confronto nello stesso anno). ”
    Non sono d’accordo. Al primo anno si iscrivono molte persone che non hanno capito affatto in cosa consiste il corso di laurea a cui si sono iscritti, così come persone che non si sono ancora rese conto che lo studio a livello universitario non fa per loro.
    Spesso queste persone si laureano in università non serie mentre vengono bloccate senza pietà in università serie. Spero nessuno voglia affermare che le università non serie siano più efficienti di quelle serie.

    Preciso che sono a favore del valore legale del titolo di studio: per questo l’esistenza di università serie e non serie (un dato di fatto osservabile da chiunque) mi fa infuriare.

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    Vincenzo Cucinotta

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    Ma no, lettore anonimo, io, nel dire che l’efficienza va misurata in un certo modo, dico contestualmente che tale efficienza celebrata e ricercata non rappresenta un obiettivo adeguato, ben altri sono i compiti che dovremmo porre al sistema universitario.
    Il fatto che lei giustamente dica che la misura del rapporto iscritti/laureati possa portare a risultati paradossali, conferma che perseguire obiettivi di efficienza è semplicemente sbagliato, e quindi non direi che siamo in disaccordo su questo punto.

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